Vedere un altro orizzonte.

Forse un giorno dovremo ammetterlo, dovremo arrenderci all’evidenza. Uno dei più grandi pensatori del ‘900 era uno squilibrato fattone morto in povertà dal nome di P.K.Dick.
E lo dico da fan. Da ammiratore di uno che ha scritto più di 50 romanzi che descrivono in modo sorprendente mondi alternativi come se ci avesse vissuto da sempre. Chi non ha avuto almeno un po’ il sospetto che Dante all’inferno ci sia stato sul serio?
Per scrivere capolavori serve essere un po’ sfasato. Ma col tempo, anche io, che non scrivo capolavori, ho imparato che lo sfasamento aiuta e molto e che per uccidere la scrittura non c’è niente di peggio che la normalità. Quella che ti svegli sempre alla stessa ora, vai sempre negli stessi posti, fai sempre lo stesso lavoro, poi torni e sprofondi sullo stesso divano. Ogni giorno. Finché poi muori. E non hai scritto neanche una bella lista della spesa.
Quando ho intenzione di scrivere ho scoperto che ho bisogno di alterare la normalità. Per poco altrimenti anche l’anomalia poi smette di essere anomala.
Per alterare la norma un buon sistema dicono sia dato dalla chimica delle droghe. Purtroppo, ho il difetto di avere fifa di rovinare il mio già fragile intelletto con tali sostanze (quali poi?). Ci sono altri modi con cui si possono creare delle utili anomalie e in un certo senso hanno sempre a che fare con la chimica. Con me ha funzionato, ad esempio, la fame. Intesa proprio nel senso di mangiare poco, ma così poco che quel vuoto dello stomaco lo devi riempire mangiando parole. Meglio la fuga nella boscaglia. Tipo in un posto senza tv o internet. Diciamo con poca tv e poca internet. Che ormai anche nella boscaglia ci arriva di tutto. Qualcosa che ricordi il buon vecchio isolamento insomma. Sei così solo che per tenerti compagnia devi inventarti delle storie e dei personaggi. Finisce che poi ci parli sul serio e allora scrivi di brutto. Io ci ho scritto tre lungometraggi e decine di racconti in perfetta solitudine. Niente che mi renderà ricco, ma solo un po’ più allegro. Perché poi è questo che mi produce scrivere. Un certo godimento a fronte di una certa privazione. Poi se riesco anche metterlo in scena tanto meglio.
Mio malgrado, da poco, ho avuto l’occasione di scoprire un altro metodo utile alla scrittura. Si chiama angoscia. Che è poi una diversa coniugazione dell’isolamento. Perché quando sei in piena angoscia non sei tanto in grado o voglioso di condividerla con gli altri. Si crea una specie di barriera, una casa con le porte sbarrate piena di spiriti che ti passano intorno. E per scacciare questi spiriti non c’è niente di meglio di una biro e un pezzo di carta. E’ meglio del paletto di frassino con i vampiri.

Stavo tornando sul tram dall’ospedale dove era stato ricoverato il mio bambino che aveva deciso di festeggiare la sua prima rivoluzione intorno al sole in quell’inferno pieno di umanità che si chiama pediatria. Sono quei momenti in cui pensi che il Servizio Sanitario Nazionale con tutte quelle persone che si occupano di uno solo sia il vertice della Civiltà. Entrare in un posto pieno di bambini che non stanno un cazzo bene a portare il tuo che non sta un cazzo bene è un bel sistema per sfasarsi dalla normalità e sottoporre i propri neuroni alla ricerca di una fuga dalla realtà. Dicevo ero su quel tram che poteva essere benissimo un’astronave diretta alle porte di Tannhauser con la faccia che ricorda il crollo di una diga (cit.) quando tiro fuori  con le scarse forze che mi restano la penna e prendo il solito quaderno che mi accompagna sempre. E scrivo un racconto di un tizio che si è appena sposato e pensa di essere l’uomo più felice della terra. Al momento di scartare i regali di nozze, trova, proveniente da un anonimo amico, uno specchio. Non solo non è particolarmente bello, anzi è piuttosto kitch, ma oltretutto non funziona. Cioè non specchia. Non è incrinato o rotto, solo non funziona. O meglio riflette qualcosa che non c’entra niente con quello che ha davanti.
Ora non voglio svelare cosa succede poi, perché mi piacerebbe magari un giorno farlo diventare un film e non c’è niente di peggio che svelare la trama, ma posso dire che fa ridere. Cioè io ho riso. In tutta la giornata era la prima risata.
Così sono tornato a una sorta di normalità, quella in cui ogni tanto si ride. Per apprezzarla, come direbbe Dick, devi prima vedere un altro orizzonte.

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