Ex malo… Una recensione personale della Crisi.

Musica consigliata: Vivaldi, concerto in La minore Rv500, Largo. Oppure Battisti, Confusione.

Quando sento qualcuno parlare della Crisi “come opportunità” il mio primo ziopaperonico istinto è quello di imbracciare la spingarda caricata a sale e fare fuoco.
La Crisi è una cosa mesta, sfibrante, appiccicosa. Ti si incolla dalla mattina alla sera, ti si abbarbica sulla spalla come un pappagallo al suo pirata.
Poi il tempo passa e l’obiettivo cambia focale. Da un super tele che non ti fa capire in quanta melma sei finito si passa, molto lentamente, a un grandangolo. Le cose si rimpiccioliscono e anche dall’inverno nucleare prima o poi qualcosa germoglia.

Nel biennio 2011-2012 mi sono ritrovato, come molti altri, a camminare in una sorta di deserto economico movimentato solo dal famoso cespuglio secco che rotola sospinto dal vento.
Vorremmo che l’odore dell’esplosione fosse già dimenticato, ma in realtà abbiamo nelle narici ancora l’eco della cenere. Non mi ancora del tutto chiaro come iniziò e perché.
– I mutui subprime! – Urlano dalla piccionaia.
Ah ecco. Ovvio.

Sta di fatto che rapidamente i clienti prima tagliarono i preventivi a volte del 100%. Poi tagliarono la corda.
Ci fu un momento in cui tutto il paese sembrava sull’orlo dell’abisso. La Grecia ai tempi sembrava quasi un posto dove emigrare.

tumbleweed

Tumbleweed


Arrivò ben presto un problema strettamente matematico di pareggiare le uscite con le entrate. E visto che le uscite erano costantemente in segno positivo e le entrate costantemente in segno negativo il bilancio era tutt’altro che bilanciato. Ricordo di aver filmato con una lunga carrellata la fila di bollette, tasse, spese condominiali da pagare da tempo. Volevo aggiungere la sequenza a un film che si sarebbe dovuto chiamare beffardamente “Benvenuto puccettino” dedicato al figlio che aveva scelto un così bel momento per calarsi nel mondo. Non è detto che un giorno non lo faccia. Forse aspetto che la focale sia ancora un po’ più grandangolare.

Era quindi la fine del merdaviglioso 2012 quando una domanda mi si propose in testa grande quasi come un manifesto 6×3: viste le premesse vuoi ancora fare il mestiere che stai facendo?
Quando mi posi, esattamente dieci anni prima, la medesima domanda, anche se in condizioni del tutto diverse, la risposta fu secca e immediata: no. E infatti cambiai rapidamente mestiere.
Sapevo quindi per esperienza diretta che quella era una domanda molto rischiosa perché se già ti viene in mente vuol dire che c’è qualcosa di grosso che non va.
La differenza, non piccola, è che ai tempi il problema veniva da dentro, ora il problema era soprattutto fuori. O forse no. Confusione. Magari mi ero illuso che la strada del filmmaker fosse una figata e invece la realtà, anche quando andava bene, non era per nulla esaltante. Del resto avevo iniziato questo mestiere con lo scopo di girare film e invece hai girato un po’ di corti, scritto qualche lungo, ma niente di più. Diciamo che tra i sogni e la realtà c’è la distanza che c’è tra la Terra e Giove. Che è sempre meglio di quella che c’è tra la Terra e Urano, ma sempre un bel chilometraggio. Era una domanda che andava quindi oltre il pianosequenza sui conti da pagare.
Una dozzina di anni fa per inseguire quell’idea mi adattai a fare lavoretti di ogni tipo. Ora ero di nuovo a quel punto, non necessariamente più saggio. Sicuramente più angosciato.
Perché in effetti la domanda più corretta questa volta era: cosa sei disposto a fare per continuare a fare quello che fai?

Dato che come diceva Guzzanti la risposta che hai dentro è quasi sempre sbagliata, provai a cercarla fuori. Nel senso letterale del termine. Mi dedicai a riprese di pesci all’acquario, a documentari su mascherai, a film biografici che avrei visto solo io. Ecco la famosa opportunità della Crisi. Il tempo per guardarsi allo specchio, il bisogno di riflettere su chi si è e su cosa si sta facendo.
Il fatto è che quando faccio riprese, banalmente, sono felice. Punto. Mi ricordo che un paio di volte mi inquadrai allo specchio e mi immortalai nel più banale degli autoscatti di riflesso. La telecamera mi donava non c’erano cazzi. Avrei sturato le fogne (cosa che ho fatto in passato durante il servizio civile) per tenerla ancora in mano.
La risposta alla domanda era tutta lì.
E poi Giove non è così lontano come sembra.

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