Una cavalletta nel cappello.

Immaginate di avere come fidanzata una con il corpo di Brigitte Bardot a 20 Anni, ma con il carattere di Vittorio Feltri (il Feltri del 2019 per la precisione).

Se non riuscite in questa impresa di fantasia potete acquistare un iPad (PRO per la precisione) e ottenere il medesimo risultato: un hardware da favola (in senso positivo) unito a un software da paura (in senso negativo).

Se siete donne potete scambiare Brigitte con un giovane Steve McQueen, ma l’interfaccia è sempre un Feltri ’19).

Questa però non è una recensione dell’iPad Pro. È più un… Va beh.

Un passo indietro.

Nel lontano 2010 (grazie wikipedia) Steve Jobs presentò il primo iPad . Ai tempi sembrava una versione allargata dell’iPhone (enlarge your iPhone), ma senza funzioni telefoniche. Quindi un oggetto buono per leggere riviste o libri (al costo di una retina bruciata) e navigare su internet o poco di più. Un costoso lettore, abbastanza pesante con le stesse giocose applicazioni del telefono. Non mi impressionò più di tanto e mi accontentai di una versione mini di seconda mano. I tablet in generale e quelli di Apple, in particolare, sembravano figli di un pensiero debole, di un’intuizione brillante rimasta nel bozzolo. Una rivoluzione senza leader e forse non sarebbe stato cosi se Jobs non fosse scomparso poco dopo, ma nonostante ciò, mentre i computer cambiavano poco o niente, i tablet, quasi involontariamente, li raggiungevano e per vari aspetti li superavano.

Questo però non vuole essere un compendio di storia informatica, semmai è più una… Poco tempo fa. Dicembre 2018. Esce un nuovo iPad Pro e il capoccione di Apple,

Tim Cook, detto State calmi e prendetevi i Dividendi, afferma che è più potente

del 90% dei portatili in circolazione.

Visto che ho un portatile ormai sul viale del tramonto e visto che sempre Apple ha deciso che il suo rimpiazzo doveva costare come diamante di fidanzamento ho voluto credere al Ragionier Tim e sperare che il mio portatile rientrasse nel 90%.

Con un terzo di diamante di fidanzamento ho preso il Top degli iPad Pro+penna. Tim non aveva tutti i torti. Il corpo della 20enne Brigitte è decisamente scattante, non solo del venerando portatile, ma anche del fisso. Il problema è il Feltri Inside ossia il software, per lo più inadatto al corpo. Ben presto mi accorgo di essere caduto nel cliché che nella letteratura e nel cinema post moderno vede l’umano lottare contro la macchina in una lotta dagli esiti incerti.

E’ la famosa potenza senza il famoso controllo. Il che è di per se un fatto curioso.

Apple ha sempre fatto del software il vero punto di forza e di distacco rispetto agli altri. Il corpo è sempre stato nella media, più attento alla forma (anche troppo) che alla potenza pura.

Il software era invece sinonimo di sicurezza e semplicità. Con l’ipad assistiamo a un ribaltamento di prospettiva. Ho messo alla prova il corpo con video in 4K a 50 frame per secondo e non ha fatto una piega.

Quando però si tratta di trasferire un semplice gruppo di file da un posto all’altro o di compiere operazioni semplici arriva la simpatia feltriana e ti dice di non rompergli i maroni che lui vive a Bergamo e che a Bergamo i file non si spostano, non si scambiano, non si rinominano. A Bergamo ognuno si fa gli affari suoi e si va a letto presto.

Ci sono stati momenti in cui ho sognato di fonderlo in un altoforno guardandolo squagliarsi come un terminator qualunque.

Il risultato di questi poco elastica mentalità ha portato all’anarchia . Per Aggirare Bergamo ogni App ha scelto una sua circonvallazione. Chi vuole passare solo dal cloud, altri solo da alcuni servizi su wifi, chi solo dalle cartelle preconfigurate. Ci ho messo un bel po’ ad abituarmi a questo intrico di vie e viuzze, ma alla fine sono 8 mesi che quasi non tocco il portatile. Riesco a fare praticamente tutto. Alcune cose sono persino più piacevoli: tornare a scrivere a mano, prendere appunti con la penna (questo post è tutto scritto a mano e poi convertito “a lume di naso” dall’applicazione).

Altre cose sono ancora inutilmente frustranti e mi ritrovo a sculacciare la Bardot perché mi ha smarrito delle foto in giro per Bergamo.

Ma questo non è un pezzo che parla di quello che si riesce o non si riesce a fare con uno schermo nero. È più la constatazione di una mancanza di idee su più livelli e che il post ideologico ha vinto su tutti i fronti. Dal mercato alla politica si va per tentativi, per approssimazioni. Anche quando la strada sembra bella chiara e spianata. Anche quando sarebbe facile usare la ragione. Non c’è una visione né di breve né medio termine. Non si guida più il cambiamento, ma al massimo lo si insegue a distanza di sicurezza. L’unica filosofia vincente è quella del ragioniere, si va dove vuole il mercato, dove compra la gente, che non va contraddetta, che ha sempre ragione anche fosse solo una maggioranza relativa.

Non è una questione di bene o di male. Magari è bene che non ci siano più fedi e certezze a scontrarsi. Forse siamo alla realizzazione della democrazia dal basso. Un sondaggio permanente su ogni questione risolverà di volta in volta i problemi. Una Svizzera globale. Il mercato del resto è un sondaggio continuo e sempre Apple ne diede dimostrazione quando molto tempo prima dell’iPad propose il Newton. Era un’idea talmente avanti che fallì perché in pochi riuscirono ad afferrarla. C’è da chiedersi quando un’idea troppo in anticipo diventi un’idea in ritardo. In quanto tempo un’idea progressista diventa conservatrice? Per l’iPad direi una decina d’anni.

Alla fine di quest’anno (2019), Apple, finalmente, concederà ai suoi elettori un file system per l’iPad meno inFeltrito e lascerà al popolo la decisione se il futuro dei Pc sarà un tablet o meno (a me sembra già un presente imperfetto). Il mercato vota tutti i giorni, le idee più sono confuse o sfumate meglio è, cosi uno le consuma tutte, come le scarpe. Un giorno ne provi una e un giorno un’altra. C’è ormai chi va in giro con una scarpa diversa per piede e se avesse un terzo piede avrebbe una scarpa ancora diversa. Il mio treppiede è differente. Il nostro treppiede regge il mondo.

Direi che per oggi è tutto. Ah, perché il titolo “Una cavalleria nel cappello”? Non ne ho idea, ma mi affido ai lettori. Date voi un perché. Siete la gente e il potere vi temono.

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