Avrei detto questo.

Appunti per un intervento pubblico scritti in privato.

La vita ti regala anche delle cose buffe. Tipo essere invitato da una persona che non vedevi da 17 anni come relatore, in qualità di regista, sul tema “Arte: malattia o cura?”.
Ora dato che purtroppo non potrò essere presente in formato 3D, trasmetto questi appunti in 2D a chi abbia la pazienza di leggerli.

Ringrazio quindi Fabrizio Gilardi per aver pensato a me e per avermi definito un regista anche se mi riconosco più nella definizione anglosassone di “filmmaker”. E’ un termine che abbraccia più ruoli e quindi rappresenta meglio il mio modo di lavorare che mi vede spesso sia sceneggiatore, operatore e montatore dei miei film. Regista secondo me è più specifico e riguarda solo un momento, forse il più importante, della produzione.

Bisognerebbe poi capire se ciò che faccio possa essere accostato all’arte. Farò finta che lo sia lasciando la soluzione del quesito amletico al pubblico che avrà la pazienza di vedere qualcosa di quello che ho realizzato (www.fairy-tails.org o http://www.alextheca.it ).

Per tornare al tema se l’arte sia cura o malattia vorrei azzardare subito la mia risposta dicendo, salomonicamente, che può essere entrambe le cose. Provo a dimostrare.

Parto dall’idea che l’arte sia una rielaborazione della realtà, una trasformazione artificiale della materia che ci circonda. Dal mio punto di vista questa rielaborazione ha uno scopo di ricerca, esplorazione e intrattenimento. Ma anche quando sono spettatore mi muovono le stesse esigenze, gli stessi bisogni. Quando questi bisogni vengono soddisfatti è normale sentirsi “curati”, appagati, e visto che siamo nell’anno dell’alimentazione, sazi.
Mi pare fosse Woody Allen che in un suo film paragonava Dostoevskij a un pasto completo. Ecco forse bisognerebbe valutare un’opera dal grado di appetito che ti toglie.

Sempre a proposito di arte Allen sostiene che l’arte è uno dei pochi eventi della vita su cui si ha un certo grado di libero arbitrio. Dice: “solo l’arte puoi controllare, l’arte e la masturbazione”. Se non è una cura questa…

Sarebbe poi da capire per quali malattie l’arte possa essere una cura. Ognuno ha le sue idiosincrasie e si sceglie la cura più adatta. Io direi che è più adatta a curare le malattie dell’anima. Vedo difficile guarire dall’influenza con alte dosi di impressionismo. A meno che l’influenza non dipenda dallo stato d’animo e credo che spesso sia così.
C’è però una malattia che accomuna tutta l’umanità. E’ una malattia la cui prognosi è sempre certa e, fino a prova contraria, irreversibile. E’ una malattia incurabile chiamata vita. Per questa malattia l’arte non è una cura, visto che cura non c’è, ma al più un palliativo, un piacevole oppiaceo.

E veniamo al punto in cui l’arte invece può essere considerata malattia. Anche qui la vedo come una malattia dell’anima. C’è il solito luogo comune secondo cui per essere artisti bisogna essere pazzi, stravaganti o eccedere in qualche vizio. Non so. Io credo di più nel dna, inteso come talento regalato dalla natura, misto a mestiere. Se guardo al campo cinematografico nei registi che ammiro vedo soprattutto talento e tanto esercizio. A volte le due cose, col tempo, vanno in direzioni opposte. Il talento, inteso come le cose che uno ha da dire, tende ad esaurirsi, mentre il mestiere tende ad accrescersi. Così mi capita spesso di vedere in una carriera di un regista un inizio travolgente, ma con poca tecnica e un finale poco entusiasmante, ma con una tecnica sopraffina. E’ un po’ come con i grandi calciatori. Con gli anni perdono di fisicità, ma compensano con l’esperienza. Detto questo un po’ di “malattia” aiuta se per malattia si intende un’inquietudine di fondo, un modo originale e anticonformista di guardare il mondo. La malattia allora è sinonimo di diversità, provocazione, opposizione, invenzione.
C’è infine una condizione, forse accomunabile a una malattia, che a mio parere aiuta a produrre e a usufruire dell’arte. E’ l’ingenuità. Sgombrare il cervello da tutti i nostri pregiudizi, abitudini e costruzioni. Avvicinarsi alle cose come farebbe un bambino di tre anni che esplora il mondo come vivesse in un sottomarino giallo. E’ una malattia da cui, purtroppo, si guarisce troppo in fretta.

Grazie.
Alex
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36: quando il tempo si misura in mesi.

Ho da poco terminato di montare i titoli di coda di un’opera che mi ha impegnato per tre anni anche se è stata fatta nei famosi Ritagli di Tempo. Un’opera per di più che verrà vista, forse, da un ristrettissimo gruppo di persone e quindi difficile da definire un’opera.
Potevo intitolare questo post anche “36: la nemesi di tutte le diapositive” perché l’opera in questione è il film dei primi 36 mesi di Leo condensati, per così dire, in un’ora e trentacinque minuti. Si potrebbe quasi dire che ho visto mio figlio crescere attraverso l’oculare di una macchina da presa.
Come le celebri diapositive, spauracchio di ogni ritorno dalle vacanze, anche questo film è un qualcosa che interessa solamente le persone che ci sono finite in mezzo e forse manco quelle. A differenza però della serata diapositiva, qui la sofferenza è su richiesta, on demand come dicono le tv a pagamento. Solo chi vorrà il link potrà autoflagellarsi.

In verità questo film è un po’ un piano alternativo all’idea che avevo avuto ai tempi della Notizia. Il progetto che avevo in mente era più ambizioso e mirava a illustrare all’erede in che contesto socioeconomico fosse nato e con quali persone intorno. Era il 2011 e il film si doveva chiamare “Benvenuto Puccettino”. Ben presto mi sono accorto che la questione era molto complessa e che raccontare il proprio tempo senza una distanza di sicurezza avrebbe distorto un po’ le cose. Così di quell’idea è rimasto solo un trailer e non so se mai avrò la forza di concluderlo.

36 parte proprio dall’ultimo fotogramma del trailer di “Benvenuto Puccettino” e prosegue per appunto 36 mesi. Del contesto storico e sociale non è rimasto praticamente nulla se non qualche sporadica notizia dalla tv e tutto ruota intorno all’Essere Leo. Un po’ being Leo Malkovich e molto The Truman Leo Show.
Dalla prospettiva di chi l’ha realizzato c’è, a tre anni dall’inizio, una gamma di emozioni varie e anche un po’ strane. In primis, essendo autore non solo del filmato, ma anche del protagonista dello stesso, scopro quante cose la mia memoria ha rimosso di quei frenetici mesi passati a capire il funzionamento di questo nuovo organismo.
Sono mesi in cui ci si concentra su molte cose e su nulla in particolare e la trasformazione è talmente rapida da non rendersi conto del passato recente, nemmeno nelle forme. Ci si focalizza soprattutto sul presente e tutto il resto evapora in un ricordo sfuocato. E’ qui che si vede tutto il limite della fotografia rispetto alle immagini e ai suoni in movimento.

Potrei anzi affermare che di questo filmato il protagonista vero è il Tempo e il suo effetto su un corpo umano. Effetto che nei primi 36 mesi è di una forza dirompente trasformando una specie di ameba che mangia, dorme e fa la cacca in una persona che articola pensieri, parole, balla e canta. Oltre ovviamente a continuare a mangiare, dormire e, spesso, fare la cacca.

Un effetto collaterale di tutto ciò è che mi è praticamente preclusa ogni ulteriore figliolanza. Come potrei spiegare a un secondo genito perché non ho realizzato un film sui suoi primi 3 anni? Dirgli che semplicemente non ne avevo più voglia non farebbe che aggravare la Famosa Tara presente di fabbrica in tutti i fratelli minori. Meglio di no.
Per info: alex@fairy-tails.org
36 Locandina

Il Bianco e il Nero.

Se vedessimo la vita in bianco e nero invece che a colori ci perderemmo in varietà, ma ci guadagneremmo in semplicità. L’universo sarebbe un elegante sfumatura di grigio dalle estremità opposte: bianco puro e nero infinito.
Anche i nostri stati d’animo probabilmente avrebbero meno frequenze di cui tener conto. E ci libereremmo finalmente del blues, delle rosee visioni, del verde matematico nei portafogli.
Forse per questo i cani, che dicono avere una tale semplice visione (ma io non ci credo), passano dallo scodinzolio alla mestizia senza troppe complicazioni intermedie.

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SleepePark

Il solito.

Tra una risata e uno scherzo si è fatto ottobre 2014. Incredibile come passi il tempo quando ridi e scherzi tutto il tempo. A dirla tutta pare che il tempo passi in fretta anche senza frizzi e lazzi. Tu apri un blog ed è un attimo che si riempia di polvere. E’ un attimo che poi la gente che ti leggeva (i soliti 15 masochisti) pensi: magari è morto. Magari invece è chiuso in una stanza da 4 mesi con due gemelle svedesi. Quasi mai la gente pensa a questa eventualità riferendosi alla mia persona.

La verità, come ci ricorda un altro luogo comune, sta nel mezzo. Tra la morte e le svedesi. Ci sono quasi un’infinità di possibilità. La più ovvia: non ci avevo niente da dire o non ci avevo voglia di dirlo.
Rompo quindi l’utile silenzio per comunicare un’idea tra le più inutili che potesse venirmi negli ultimi 4 decenni. Un libro di foto. Anzi, non uno, ma due.
Da aggiungere alla lista delle 100 cose da fare prima di morire c’è la pubblicazione non richiesta di un paio di album fotografici. Nella lista sta un gradino sopra al disegnare un grande cazzo utilizzando la app “Runtastic” + gps e un gradino sotto al girare il mio primo lungometraggio.
Parto dai due libri perché mi viene più facile. La facilità che è l’origine di ogni vizio è il motore che più di ogni altra cosa mi spinge in questi tempi complessi.
Più facile che grattarsi? No. Più divertente? Forse.

Ora parte un tentativo puerile di giustificazione.
Oggi la fotografia ha raggiunto forse l’apice della democratizzazione. Con Instagram, ad esempio, possiamo dare a bere a chiunque di essere dei buoni fotografi. E’ questo che mi piace della democrazia. Darla a bere. Ormai una macchina fotografica o un qualcosa adatto a fare delle foto è nella disponibilità praticamente di chiunque. E’ anche questo che mi piace della democrazia. Una macchina fotografica non si nega a nessuno.
Ora ci sarebbe il pippotto filosofico su cosa significa per me una fotografia, ma per facilitarvi dirò che basta che prendiate le parole “attimo, fissato, eternità, macchina, del, nell’,tempo, modernità, testimonianza, avvitatore” e le shakeriate un po’ con qualche verbo, anche a caso, e avrete esattamente la nozione a cui pensavo.

Ecco allora l’idea. Perché per ora solo di un’idea si tratta e forse l’accidia l’avrà vinta anche questa volta. Prendere le 50 migliori foto che ho fatto scegliendole dalle miliardi che ho scattato nella mia ormai lunga carriera di fotoamatore e aggiungerci una didascalia che cominci con “Qui è quando…” oppure “La solita foto…”. Questi sono i due titoli dei due libri. Quindi 50 foto per “Qui è quando” e 50 per “Le solite foto”. Totale: 100. Non si sfugge alla legge dell’addizione.

Ora c’è il simpatico aneddoto.
Per il titolo del libro “Le solite foto” devo ringraziare l’amico Cesare e il suo umorismo sottilmente cinico. Un giorno gli feci vedere delle foto. In una c’era una goccia d’acqua a mezz’aria che a me sembrava a dir poco un’opera d’arte. Egli la smontò con: “Ah! La solita foto della goccia d’acqua a mezz’aria”. Cesare aveva colto il succo della democrazia. Tutti crediamo di fare o dire delle cose originali e tutti finiamo per fare le solite cose. Tutto è già visto, tutto è già fatto, pensato, costruito, mangiato e digerito… E che non mi aspettate? Voglio partecipare anche io al già fatto eccetera. Del resto da quando uno entra per la seconda volta in un bar ha il diritto di menarsela dicendo al barista: il solito…

QuièquandoCoverBlog

LesolitefotoCoverBlog

Un disordinato flusso di incoscienza.

Quando per giorni e giorni non riesco ad avvicinarmi a una tastiera o a un foglio per trascrivere in modo coerente i vari pensieri che mi trapassano capita che le idee sospese nell’aria si diradino col tempo come nubi. Ciò che ne rimane può essere questo…

Video Kills the Book Stars?

Ho il sospetto che la storia passi più che dalle rivoluzioni da progressivi aggiornamenti. Un’evoluzione di cui spesso si ignora la presenza perché è talmente lenta, latente, sottile che uno se ne rende conto solo quando si volta indietro un attimo e vede che il treno, che pareva immobile, ha lasciato la stazione già da centinaia di chilometri. Ma forse sarebbe meglio dire da migliaia di miglia. Perché ormai siamo più americani degli americani e il miglio, che è sempre verde, è anche più lungo.
Per scendere sul campo da gioco vero e proprio c’è da notare che da qualche annetto, forse già dall’inizio del terzo millennio, si sta affermando una forma di intrattenimento che è di fatto letteratura televisiva o video letteratura. Le serie tv, nella loro recente evoluzione, sono il terreno di caccia dei migliori scrittori su piazza, con il vantaggio, rispetto al cinema di restituire molte se non tutte le sfumature proprie di un romanzo. E forse di più. La video letteratura è una sorta di realtà aumentata per la letteratura. A ben pensarci non è che sia poi tutta questa rivoluzione, perché la trasposizione di un romanzo in tv è una cosa che si faceva già dai tempi della tv in bianco e nero e la Rai ne faceva di ottimi tratti dai grandi romanzi. L’evoluzione sta nel fatto che i prodotti sono pensati per il mezzo cinetelevisivo e, soprattutto gli anglosassoni che ne hanno fatto un’industria, sanno utilizzare in modo superbo ogni tecnica di narrazione per rendere vivi personaggi che entrano nell’immaginario collettivo.
Così ha poco senso oggi chiedere alle persone quanti libri leggono in un anno per misurarne il grado di cultura. Oggi alcuni dei libri migliori si leggono in tv.
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C’è qualcosa nell’aria che mi dice che io morirò (cit.).

Alcune riflessioni al limite del geniale. Oggi ci dicono che siamo circa 7 miliardi. Ma se facessimo una fotografia capace di contenere i volti di tutti gli umani oggi viventi e tra diciamo 120-130 anni qualcuno la riguardasse questo qualcuno potrebbe dire: ecco questi sette miliardi di umani sono tutti morti. Tutti tranne due. L’indiano che oggi afferma di avere 179 anni e Silvio Berlusconi. A parte questa significativa eccezione non ci sono dubbi sul fatto che prima o poi toglieremo tutti quanti il disturbo.
Questo sistema escogitato dalla natura per mantenere il mondo dinamico e in evoluzione è molto efficiente, ma sono in pochi a prendere sportivamente questa regola base e anche io mi ci adatto con difficoltà. Molti, anche organizzandosi in chiese, culti etc., si sono inventati tutta una serie di mondi alternativi, dimensioni parallele, dei, castighi e premi pur di non sottostare a questo rigido regolamento. I “lacci e lacciuoli” dell’oltretomba. Nessuna di queste storie, al momento, mi convince, ma non posso neanche dire di essere convinto che la cosa finisca con l’ultimo battito cardiaco. Il che un po’ mi inquieta perché forse preferisco che non ci sia un dopo o un tragico eterno ritorno ché, come diceva Woody Allen, poi mi toccherebbe assistere altre repliche di Holiday on Ice.
Ma non è il dopo che mi interessa in questa sede. E’ la multimedialità associata al trapasso che crea degli effetti abbastanza interessanti e a volte spiazzanti.
L’effetto “sesto senso” ossia vedo gente morta in realtà l’abbiamo già quotidianamente quando vediamo un film girato da più di una cinquantina d’anni (spesso molto meno). A volte mi prende una perversa curiosità. Vedendo un vecchio film mi attacco a internet e cerco se c’è ancora qualcuno di questi in vita. Peggio ancora scorro wikipedia per sapere di cosa è morto. E penso: io come la farò finita? In che categoria mi piazzerò? Malattia, suicidio, incidente, noia? Sul quando non ci ragiono più di tanto. C’è già un’app che te lo dice. C’è un’app per tutto.
Sul come la questione si fa più interessante e non per niente il mio canale del digitale terrestre preferito “DMAX” ha un paio di programmi intrisi del tipico humor nero anglosassone che ti elencano, con ricostruzione dettagliata, centinaia di modi più o meno divertenti per andarsene.
Poi c’è questo fatto dei social e dei giornali online che hanno portato il necrologio contemporaneamente più globale e più intimo. Così vieni a sapere della morte di un sacco di gente che non conosci direttamente, ma che un tuo amico, magari di terzo o quarto grado conosceva. E magari il tizio aveva una pagina facebook, un blog, un sito che immediatamente diventa un sepolcro 2.0. Cosa che avrebbe procurato notevole materia da letteratura al Foscolo. E qui si torna alla fotografia di massa perché, con altra geniale constatazione, non vi è mistero che io e i miei 300 e rotti amici di facebook diventeremo chi prima e chi poi solo un’immobile distesa di bit.
Aperta parentesi. Il fatto, al momento non smentito, che alcun defunto sia in grado di far uso di internet non depone a favore di un aldilà o per lo meno della qualità delle connessioni nell’altro mondo. Chiusa parentesi.
Inutile negare che tutta questa informazione sul fatto che prima o poi si muore, questo continuo ricordarmi la precarietà dell’essere, sia fonte di inquietudine. Perché è logico allontanare dal quotidiano l’idea del finire, altrimenti nessuno di noi farebbe più nulla e staremmo a filosofeggiare sul senso della vita vestendo tuniche greche. Un po’ il mio mondo ideale. Il problema è che con l’informazione che ti segue anche al cesso è come se ti venissero ad affiggere un manifesto funerario, tipo di quelli che trovi nei piccoli paesi bianchi e neri con la croce, in camera da letto.
Il dibattito sulla morte per quanto fondamentale ha lo stesso sbocco dei dibattiti sul calcio, ossia nessuno. Per questo vanno avanti e per sempre andranno avanti almeno finché qualcuno non sia in grado di postare un video dall’aldilà o finché non metteranno la moviola in campo.
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La tela.

E’ quando fai fatica a trattenere le lacrime durante “Spiderman 2 – il potere di electro” che ti rendi conto di quanto il diventare padre abbia l’impatto di un meteorite emotivo delle dimensione del Texas. Che poi il rapporto padre figlio finché sei figlio è un conto e quando diventi padre è tutto un altro conto. Non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato e nemmeno lo stesso sport, come direbbe Jules. Cominci a vedere le cose da quella prospettiva per cui ogni cosa ti parla di questa novità. E’ probabilmente un inganno mentale creato dal cervello per far tornare i conti di una realtà che spesso mi sfugge.
Così tutto Spiderman mi è sembrato un interessante compendio delle varie sfumature che questo rapporto nel bene e nel male comporta. Che a volte i padri è meglio averli (Parker, Stacy), ma a volte è meglio non averli (Osborne), ma sicuramente i figli è sempre meglio averli avuti almeno per un secondo e quella sequenza – Spoiler alert – molto paracula in cui il piccolo vestito da spiderman si pone di fronte al carroarmatorinoceronte come il cinese di Tienanmen ti pone di fronte a questa unica verità: la vita di quel figlio è molto più importante della tua e se fosse necessario sacrificheresti la tua 100 volte per la sua. In questo Spiderman è un figlio che diventa padre di un’intera città e ogni padre diventa Spiderman.

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Aguacaliente e la retorica dei giusti.

Ci sono quei film che anche se li hai visti un migliaio di volte quando passano in tv inevitabilmente li riguardi per la milleunesima volta. Nel mio caso “Per qualche dollaro in più” di Leone, un uomo che non celebriamo mai abbastanza. Una delle scene da cui proprio non riesco a staccarmi è questa:

Così dopo migliaia di visioni comincio a credere che il buon Sergio fosse una specie di vate e che dentro i suoi film vi si possano leggere metafore presenti e future. Così, come un aruspice che pasticcia con le interiora di tacchino (specie intorno al giorno del ringraziamento), ho avuto questa visione.
L’inospitale Aguacaliente non è altro che l’Italia e che i forestieri, che in generale sono sempre poco amati, sono i politici, razza a forte rischio di lapidazione. Se fossimo onesti con noi stessi ammetteremmo che i mostri che abbiamo oggi in Parlamento sono per lo più prodotti nostrani frutto di scelte collettive estremamente conservatrici. E non contenti di aver dato vita a queste creature ormai sfuggite al nostro controllo come i dinosauri di Jurassic Park, stiamo creando altri mostri decerebrati per cercare di ucciderli. Tipo il Movimento 5 stelle che è l’equivalente del napalm per uccidere le zanzare. Come al solito divago. Ciò che qui mi interessa è capire se quel che rimane della sinistra possa in qualche modo attraversare Aguacaliente senza essere di nuovo impallinata.

Nonostante la centunesima delusione mi sono quindi beccato il confronto su Cielo tra i tre gringos candidati alla segreteria del PD. Non sono convinto che queste prove di retorica abbiano un qualche valore per capire se un politico sia davvero in grado di governare un paese che è cosa molto più complicata dello sparare abili battute per ingraziarsi il pubblico. Ma che ci piaccia o meno lo specchio nero che ognuno ha in casa, ossia qualunque schermo capace di trasportare a distanza dei suoni o dei colori, è diventato il principale strumento del dibattito politico e l’abilità nell’utilizzarlo fa la differenza. Alla faccia di chi dice che la tecnologia è neutra. La Storia però è ancora meno neutra e così durante lo spettacolo del duello a tre (triello?) mi è apparsa ancora più evidente del solito come per decenni noi che in qualche modo ci richiamiamo alla sinistra ci siamo imbevuti di retorica, la retorica dei giusti in particolare.
Quella cosa per cui non era ben chiaro perché, ma alla fine alzavi il culo e andavi a votare Pci, Pds, Ds, Pd. Gaber provò a fare un elenco dei motivi per cui si era comunisti, ma alla fine c’erano almeno altrettanti ottimi motivi per non esserlo. Su tutto c’era questo senso di diversità, quest’idea di giustizia che rendeva giusti coloro che portavano quel vessillo. Non importa se la Storia era andata altrove da tempo e se le idee sfumavano sempre di più. Gli “altri” del resto erano ladri ed assassini. Alla fine questo bastava, è bastato. Fino a trasformare quel sentimento di giustizia in un’appartenenza meno che calcistica. Noi siamo i giusti gli altri sono i cattivi. Non sembrò vero agli orfani del comunismo trovare una supermerda come Silvio per riuscire a riciclare la storiella della superiorità morale/intellettuale. Se si perdevano le elezioni era colpa dell’elettorato stupido e ignorante lobotomizzato dalla tv. Anche dopo le ultime elezioni ho sentito molte persone di sinistra ragionare ancora in questi termini pur di non guardarsi allo specchio e ammettere di aver preso ancora una volta un bel granchio. Un tempo anche io ci credevo. Bello assuefatto alla rassicurante retorica dei giusti. Poi ho visto quanto i cosiddetti “diversi” si impegnassero nei fatti ad essere uguali all’apparentemente odiato nemico. Tenuto tra l’altro in vita in tutti i modi, perché ucciderlo avrebbe rotto anzitempo l’incantesimo.
E poi le migliori menti sono con noi. L’intellighenzia è con noi, i cantautori sono con noi, i registi, i teatranti, gli scrittori, i comici… Allora se i migliori sono con noi allora è vero: abbiamo ragione, stiamo dalla parte giusta.

Mi iscrivo a primo babbeo perché su questa base mi sono sorbito per anni una serie di compromessi sempre più al ribasso che neanche un tirannosauro avrebbe digerito.
Prendersi un pezzo di Rai? E’ giusto perché noi amiamo gli ultimi e gli ultimi hanno bisogno della nostra parola tramite la tv. Scalare le banche, gestire gli appalti della sanità e della grande distribuzione? E’ tutto fatto per un fine superiore, per qualcosa di giusto. E sempre più giù fino alla bicamerale, alla mancata legge sul conflitto di interessi e perché no mettere a capo della segreteria politica del PD il ras di Sesto, chiacchierato da anni e poi inquisito. In Puglia, in Calabria, Campania e in Sicilia poi i giusti hanno dato prove di malgoverno e compromissione con altri poteri quasi leggendarie.
L’ultimo regalo dei giusti è stato Alfano vicepremier, la Cancellieri, Fassina e un governo politico tra i più mediocri della Repubblica. Naturalmente, i fini dei giusti sono così alti che per loro è strano che qui, molto più in basso, non si riesca più ad afferrarne il senso.

Stacco. Mille anni dopo, il 29 novembre 2013 in uno studio televisivo…

“Molti anni fa uno scrittore Italo Calvino
Dobbiamo restituire speranza e dignità…
…non c’è un cambiamento profondo senza la profezia della sinistra…
Ad un ragazzo di 20 anni devi dire ragazzo vieni da questa parte perché questa è la parte giusta…”

Caro Gianni,
se invece di leggere solo Calvino provassi ogni tanto a sfogliare Chi o Novella 3000 e  provassi a frequentare meno geni alla D’Alema e parlassi con qualche cretino forse avresti qualche dato in più sul perché si sono persi 3 milioni di voti alle ultime elezioni.
Ci siamo strafatti con le profezie della sinistra. Se ne fosse avverata non dico una, ma almeno mezza.
Caro Gianni io già ti ascoltavo quando avevo 18 anni ed eri segretario della Sinistra Giovanile e dicevi le stesse cose di oggi. Onore alla coerenza, ma i fatti ti danno tragicamente torto. Ai tempi pensavo davvero che fosse la parte giusta. Oggi che ne ho 40 abbondanti ti posso dire che se passi da Aguacaliente e spari questa bazza sarà già buono se indietro riceverai delle palate di sterco di cavallo. Le mie aspettative sono ormai così basse che non voglio che tu mi dica qualcosa di sinistra. Mi basterebbe veder fatta una cosa. Anche non di sinistra, ma fatta e finita, valutabile, pesabile.

Io non so se Civati o Renzi siano una buona risposta o se saranno mai in grado di gestire il casino lasciato dai giusti in società con le supermerde, ma una cosa buona sembrano avercela: hanno buttato alle ortiche quella retorica insulsa e hanno cominciato a parlare di cose che si toccano, cose piccole, anche basse. Non sono giusti, sono solo due che ci provano. L’otto dicembre mi rimetterò in fila e voterò per uno dei due e vedrò se saranno capaci di passare attraverso Aguacaliente senza lasciarci le penne.