L’interstellare giro intorno a se stessi.

Una dozzina d’anni fa abbondanti decisi che nella vita volevo fare il regista. Siccome regista non so se si nasca, ma di sicuro non è facile diventarlo, nel frattempo ho fatto il filmmaker che vuol dire sia fare video per vivere che vivere per fare video.
Come nel dilemma dell’uovo e della gallina non ho ancora capito se volevo fare il regista perché mi piaceva il cinema o se mi piacesse il cinema perché volevo fare il regista. Sta di fatto che quando un grande regista chiama io sento il bisogno di andare, qualunque opinione io abbia di lui. Perché ne stimo e ne invidio la professione e, soprattutto, perché voglio rubargli qualche cosa. Fosse anche solo l’auto di batman…
Appunto Nolan. Con una battuta rubata a Leo Ortolani si potrebbe dire: Oh no! Nolan!
Uno che riuscirebbe a trasformare in un drammone esistenzialista dai toni cupi un balletto tirolese.
Uno che non riesce a dire una cosa in meno di tre ore. Anche solo “vado a prendere il latte” diventa un’epopea. In famiglia una normale discussione a cena finisce all’alba. Infatti, Nolan non lo invita più nessuno e usa i film per parlare, parlare, parlare…
Però…
Sa usare gli attori in modo fantastico riuscendo a fargli fare e dire cose assolutamente improbabili.
Ha il coraggio di costruire castelli impervi, trame collose, storie oblique senza rimanerne schiacciato… O  quasi.
Ha uno stile visivo epico, ma calato in una sorta iperrealismo minimale… Cazzo vuol dire?
Ecco esattamente non lo so, ma so che esce un film di Nolan io devo andare, fosse anche dall’altra parte della galassia… O quasi.

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-70mm babbo! -ma che davero davero?!

Scopro che Interstellar sarà proiettato in esclusiva italiana in 70mm all’Arcadia di Melzo. Una delle cinque sale in tutta Europa a proiettarlo in tale formato.
Sempre per la premessa di cui sopra era necessario e doveroso vederlo in quella veste.
Sennò facevo meglio a continuare a fare l’avvocato come simpaticamente mi ricorda mia zia.

L’Arcadia di Melzo, un luogo che in passato mi vide spesse volte attraversare quei 40 km circa avvolti nella nebbia in gruppi più o meno numerosi. Per gli standard di allora aveva lo schermo e la sala migliore che si fosse mai vista. La mitica sala Energia da 630 posti aveva delle poltrone presidenziali un sonoro che faceva saltare gli occhiali dal naso e uno schermo grande… Molto grande.
Quando usciva un “filmone” ci si attaccava al telefono per prenotare i posti migliori. Sul punto spesso si divergeva. C’è chi voleva stare quasi dentro allo schermo e chi invece preferiva salvarsi la retina e starne quanto più lontano. Ricordo quando uscì nel 1999 “La minaccia fantasma” il primo film della nuova trilogia di Star Wars. I biglietti dell’Arcadia erano sventolati come trofei. L’Arcadia aveva la proprietà di esaltare sia i pregi che i difetti di un film perché ogni film si amplificava. Compresa la minaccia fantasma che proprio lì mostrò la sua colossale pochezza. Era il suo bello. Rendere un film un piccolo evento, renderlo vivo come un concerto con effetti spesso devastanti. Ricordo come un film in un film la fuga precipitosa di svariate file di spettatori dal fuoco dei primi 20 minuti de “Salvate il soldato Ryan”. Nessuno di noi aveva visto da così vicino la seconda guerra mondiale e qualche problema di sonno nei giorni a seguire lo creò anche a me.
E poi un altro evento difficile da dimenticare fu la proiezione in 70mm di 2001 odissea nello spazio proprio nel 2001.

Nuovo T-Fighter Hybrid. E' alimentato a idrogeno...

Nuovo T-Fighter Hybrid. E’ alimentato a idrogeno…

Poi i miei pellegrinaggi al tempio divennero sempre più radi. Un po’ perché il viaggio era di per sé stancante, un po’ perché si voleva provare gli altri “multiplex” che sorgevano ai confini della città, un po’ perché il tempo si restringeva e gli schermi in casa si allargavano, un po’ perché di “filmoni” ne uscivano sempre meno.
L’ultima volta che ci andai, diversi anni fa (credo fosse Watchmen del 2009), era quasi deserta e con quasi tutti i servizi chiusi. Sembrava in via di smantellamento, stile finale di “Nuovo cinema paradiso”.

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Fantascienza nella fantascienza…

Tra ventanni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Diceva Mark Twain a suo cugino strappandogli i peli del naso con una pinzetta. Tra le cose di cui non sarò deluso tra vent’anni ci infilo il viaggio verso Melzo per la prima volta di Interstellar 70mm in un inizio di novembre i cui colori plumbei e la pioggia incessante ricordano un film di Fincher. Viaggio effettuato, anche qui era una prima, con il treno… E’ un peccato lasciare un’opera ciclopica come il Passante Ferroviario semi inutilizzato e semi sconosciuto al pubblico più ludico. Oltre a toglierti dalla noia della guida, del parcheggio e del cambio manuale il treno ti permette di leggere anche dei racconti di Dick che è una specie di perversione nerd. Un po’ come andare a un matrimonio vestito come lo sposo.

L’ottimo semovente mi scarica a poche centinaia di metri dal cinema e proprio di fronte a uno scheletro di una fabbrica. Siccome mi va di vedere tutto in maniera filmica questo passaggio ricorda molto il set di una serie di film di fantascienza. Tanto per stare in zona Dick “Screamers”, un film ingiustamente sottovalutato.

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Qualcosa di meccanico si muove là sotto…

Alla cassa la signora si sbellica quando le chiedo se si fosse liberato qualche posto più centrale. “E’ pienissmo” dice con una certa perfidia. Come se ci fosse un gradino più alto di pieno. In effetti, il luogo ben presto inizia a brulicare di essere viventi. L’Arcadia è viva e in piena forma. Anche il negozio di libri e cianfrusaglie nerdiche è aperto.

Mi è semblato di vedere un T-Rex!

Mi è semblato di vedere un T-Rex!

Lo spaccio di schifezze va a gonfie vele. Tutto ciò contribuisce alla sensazione di un viaggio a ritroso nel tempo. Mi guardo allo specchio e ho la stessa giacca di 10 anni fa e la stessa coglioneria che mi consente di farmi un autoscatto con il dinosauro posizionato all’ingresso che mi insegue. Compro un fumetto. Se qualcuno mi dice qualcosa ora potrei dire che “è per mio figlio”. Col cavolo! E’ per me! Gli va bene se glielo faccio toccare.

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Il pizzone è servito…

Quando aprono i cancelli del cielo (la sale energia è in alto) scorgo la sala proiezione e decido di fare una sortita per vedere da vicino le megabobine. Dietro di me si riunisce una piccola congrega di distinti signori con la bava alla bocca. Il protezionista ci apre e molto gentilmente inizia una piccola visita guidata alla sala comando. Questa ricorda il livello di detenzione in cui veniva tenuta la principessa Leila nel primo film, in ordine di uscita, di star wars. Ci viene spiegato che il film è diviso in 8 bobine dal peso complessivo di 180kg. Ci confessa anche che tre secondi di film sono stati tagliati perché altrimenti avrebbero avuto un problema di sincronia con la traccia audio. Scandalo! Tre secondi di film su tre ore! Rivoglio indietro i soldi. In verità, mi piacerebbe rubargli quei tre secondi tagliati che ci sventola davanti e glielo dico pure. Per evitare una rissa mi regala un pezzo di pellicola sempre in 70 millimetri di un altro film. Con in mano il trofeo potrei anche dichiararmi pienamente soddisfatto dalla giornata e tornare a casa. Ah già c’è il film da vedere. Oh no! Nolan!

Quasi buio in sala.
Il ritrovo che ci siamo dati sa un po’ di omaggio alla carriera di una vecchia amica. La pellicola di cui stiamo per vedere gli ultimi gloriosi frammenti. Un ragazzo dietro di me chiede a quello che potrebbe essere suo padre: – sei emozionato? Lui figo: – no. Pausa. – Un po’ dai.
La sala è ben tenuta, le sedie sono comode e ci si stravacca volentieri. Vorrei un poggiapiedi e un mojito, ma va bene così. Niente a che fare con le imitazioni che sono sorte in giro. E’ un cinema per appassionati fatto da appassionati. Lo dimostra il dettaglio dell’illuminazione degli altoparlanti posti dietro lo schermo a sala semi buia.

Buio in sala.
La prima cosa che si nota, per me ormai disabituato all’analogico, è il leggero sfarfallio della pellicola. E’ come mettere su un vinile dopo anni di musica esente da graffi o difetti di riproduzione. Alla fine di ogni bobina c’è un salto preceduto dal buon vecchio pallino bianco in alto a destra. C’è molta grana, forse enfatizzata da una correzione colore fin troppo spinta. Il 70mm andrebbe confrontato con i 4k per capire le differenze con il digitale. Il meglio di sé lo dà nello spazio e nel momento dello sbarco sui diversi pianeti. Sul senso ultimo del film è inutile qui spendere parole che il buon Giusti  ha già speso molto meglio di me. Posso dire che è stato emozionante. Forse più per il contorno. Ma anche per alcuni passaggi che vanno a toccare certe corde. E poi per quella pioggia di citazioni che ti fanno sentire un po’ vecchio e un po’ a casa.
Lascio i miei Io del passato ad aspettarmi per le prossime proiezioni. Fine.

Lo schema di un buco nero.

Lo schema di un buco nero.

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Quella luminescenza tipica delle valigie.

(Note a margine de “La valigia del Diavolo”).

Un grande stanza di un’edificio che un tempo vide la produzione di treni quasi nel centro di Milano (l’Ansaldo). La stanza è in completo disfacimento: sta per essere ristrutturata dalla testa ai piedi e approfittiamo del momento di transizione tra il vecchio e il nuovo per girare l’apertura e la chiusura del documentario “La valigia del diavolo”. E infatti, sulla prima nota di un concerto per pianoforte di Bach ecco apparire dal nulla, in lontananza, uno strano figuro, ancor più bizzarramente vestito. Man mano che si avvicina si intuisce che è un personaggio di fantasia, vestito con un mantello di carta sottile, delle babbucce improbabili e una maschera monocornuta da diavolo. Evitando dei calcinacci (ma c’è un take tagliato che mostra come l’operazione non sia riuscita al primo colpo e che, col permesso del protagonista, pubblicherò a breve) il buffo figuro ci viene incontro. E’ proprio un diavoletto, ma più che timore trasmette allegria perché è un diavolo da Commedia dell’Arte. Sotto braccio reca con se un valigione vecchio stile. Quando è ormai molto vicino allo spettatore si ferma, appoggia la valigia di fronte allo spettatore su un tavolo che resta però invisibile e immediatamente apre la valigia. All’apertura dalla valigia proviene un bagliore. Il nostro diavolo guarda soddisfatto il contenuto e da lì la storia comincia…
Pulp-Fiction-valigettaIl titolo del documentario mi è stato suggerito proprio dal protagonista, Andrea, il mascheraio di cui parla il cortometraggio durante una sessione di riprese. Proviene da un aneddoto di vita vissuta che però nel film non viene raccontato.
Ho preferito lasciare all’interpretazione dello spettatore il perché del titolo, mentre il bagliore è dichiaratamente una citazione di una nota scena di Pulp Fiction a sua volta citazione dal fantastico noir Kiss me deadly (Un bacio e una pistola)in cui una valigetta contiene una misteriosa sostanza luminescente e potenzialmente letale.kissme_deadlyQui naturalmente non vi è nulla di letale (al limite il film stesso) e l’apertura della valigia è come un’apertura di un sipario su un mondo che anche a me, fino all’anno scorso, era totalmente sconosciuto. E’ la storia di un artigiano, ma anche di una sua opera, una particolare maschera creata ad hoc per un attore. Nel corso dei nostri incontri però sono venute fuori anche altre tematiche e alla fine è forse un po’ un film sull’inconscio, sulla molteplicità dell’animo umano, sul vero e sul falso e forse, dico forse, anche sugli alieni. Troppo? Avete 18 minuti e 50 secondi per scoprirlo.
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Non sapendo né leggere né scrivere ho scritto un libro.

E’ molto probabile che al giorno d’oggi esistano più scrittori che lettori e che il numero di opere letterarie pubblicate ogni anno sulla terra superi i suoi pur numerosi abitanti. Se ciò fosse vero ogni libro avrebbe meno di un lettore. Zero virgola qualcosa lettori a libro. Per i pochi lettori rimasti quindi l’uscita di un nuovo libro non comporta certo un evento. Per chi invece lo fa invece è un piccolo parto. Alla fine, buon ultimo, ci sono arriva anch’io. Così come, a un certo punto della vita, è diventato più interessante e divertente farli i film che guardarli così mi è capitato anche con lo scrivere un ebook. Per la fortuna dello zerovirgolalettore non si tratta di una biografia né di un romanzo, ma di una raccolta di sceneggiature di cortometraggi selezionate tra le tante che ho scritto da quando mi sono messo a fare il filmmaker (e forse anche qualche minuto prima).
Infatti, il titolo pirandelliano “Sei cortometraggi in cerca di produttore” dice già tutto. Con la precisazione che il produttore che si cerca è coincidente con il lettore giacché ogni euro ricavato dalla sua diffusione sarà destinato alla produzione di uno dei sei cortometraggi. Così, in una sorta di cortocircuito mediatico, il libro assolve a due funzioni: quello di raccontare per iscritto, ma anche, un giorno, quello di raccontare per immagini.

Il libro verrà rilasciato gratuitamente il 20 settembre sulla pagina:
www.alexthecat/seicortometraggi

Nel mentre, visto che mi spaccio per filmmaker, il minimo da farsi era un book trailer. Buona lettura e poi, magari un giorno, buona visione.

SPOILER ALERT: SEI UN MORTOZZOMBIE!

ImageAlla ricerca di un senso per World War Z.

Da quando solcano le tele cinematografiche gli zombie hanno sempre rappresentato qualcosa di più di una massa di putrefatti invasati che camminano storti.
Sono stati metafore del pericolo rosso, della rivolta studentesca, ma anche specchio in cui riflettere le nostre pulsioni inconsce etc. etc.

Se World War Z fosse stato girato in Italia la metafora zombesca questa volta sarebbe stata facile facile: i mortozzombie della prima repubblica da una parte e Peppe Pitt dall’altra. Se non fosse che qui pure l’eroe viene morsicato dal virus del potere e diventa più mortozzombie dei mortozzombie. Tragico et disperado final.

Ecco il punto mancante del film o meglio di cui si sente un po’ la mancanza: un qualsiasi sfondo su cui dipingere il cataclisma zombico. Se non una spruzzata di classica visione eco-reazionar-malthusiana con la natura che trova un sistema “stronzo” per contenere quella piaga di nome umanità. E dire che il regista Marc Forster non è che quando si tratta di pipponi sia uno che si tiri indietro (Monster’s Ball, Il cacciatore di aquiloni). Però è anche uno che ama l’azione per il gusto dell’azione. Ok allora azione.

L’inizio effettivamente è scoppiettante. In meno di 3 minuti comincia la festa. Ritmo serrato, belle scene di massa, regia coinvolgente. Ma subito un brivido percorre la mia schiena di spettatore di cazzate ormai rodato. Sarà il film di azione di tipo A, ossia che parte loffio e poi ti riserva il botto alla fine o sarà il film di tipo B che parte col botto e finisce loffio? Per tutto il tempo spero che sia il tipo C. Quello che parte forte e finisce fortissimo, ma, Spoiler Alert, devo tristemente ammettere che è il tipo B.
A un certo punto, circa a metà del guado, si sente una voce che dice: basta scene faraoniche ragazzi! E se poi non rientriamo dai 130 milioni spesi di cui metà per Brad e soci e l’altra metà per dei ladri degli effetti speciali?
– Amico a quanto li fai gli effetti oggi? Cosa? Così tanto? Ok dammene solo 3.

Da quel momento il film si appiattisce sul survival minimalista con riesumazione del solito posto buio da cui emergono i cattivi a fare buh! e dei corridoi della paura monitorati dalla solita isterica che potrebbe benissimo gridare da un momento all’altro “Dallas! Dallas!” come se fosse nel primo Alien.

A ciò si aggiungano varie ridicolaggini di sceneggiatura sparse qui e là tanto per non farci dimenticare che è tutto un barbatrucco filmico oppure che bisognava investire di più in sceneggiatori.

Comunque Brad è ok. Devo dire che sono da sempre un suo estimatore perché nonostante la mascella da fighetto sa dare spessore ai suoi personaggi. Mi ricordo che cominciai ad apprezzarlo all’inizio dei meravigliosi anni ’90 con Intervista col vampiro. Lì il ragazzo già mostrava di saper gestire il personaggio anche più tormentato senza finire nel macchiettismo tipico del suo compagno di allora Tom.
Aggiungo che Tom a parte un paio di interpretazioni in cui funzionava (forse perché faceva se stesso) non l’ho mai amato particolarmente. Infatti, quando vedo un suo film sento sempre una voce dietro che mi dice:
– Pensa come sarebbe stato meglio il film con un altro… Pensaci. Eh!
– Ok ci penso. Adesso però posso continuare a vedere il film peggiorato da Tom?

Brad qui è il Rassicuratore. Si accenna a un suo passato in cui ne ha viste di ogni motivo per cui i mortozzombie gli sembrano routine, senza però entrare nello specifico. Quando a un certo punto sembra vuotare il sacco sul suo passato annuncia addirittura di essere dell’Onu. Qui anche le controfigure sghignazzano in modo eclatante. Come se avesse rivelato di essere cintura nera di danza classica. E’ evidente che manca qualche tassello che ci verrà spiegato nell’inevitabile sequel.

 Comunque è talmente sereno che ti fa venir voglia di averlo come migliore amico nelle situazioni di merda.
– Pront Pitt? Ho la casa circondata da mortozzombie, un tizio con una motosega che mi insegue per il soggiorno e il verme solitario…
– Tranquillo, fingiti malato grave (tecnica per i mortozzombie) e usa una catena per grippare la motosega.
– E per la tenia?
– Droncit. 10 mg per chilo di peso per via orale. Due somministrazioni.

Ecco alla fine il film ti lascia un po’ quel vuoto di senso (o senso di vuoto) tipico di una purga molto forte. Forse era l’effetto desiderato per convincermi a ripetere l’esperienza con il 2 e il 3. Se ripenso però a “28 giorni dopo”, copione simile, ma diretto dal buon vecchio Danny Boyle, non si può che convenire sul luogo comune che i soldi, da soli, non sono sufficienti a dare la felicità.

I sogni dei più piccoli restano i più grandi.

Negli occhi di un indigeno primitivo di un pianeta non meglio specificato si coglie per un lungo istante lo stupore nel vedere un’astronave emergere dall’oceano. Lo sguardo di noi spettatori incrocia il suo e trasforma lo stupore in gioia infantile, come se a sollevare l’astronave ci fosse la mano di un grande bambino che gioca in un proprio universo inventato. Dove tutto può accadere, tutto si può avverare, si può correre, saltare, volare, apparire e scomparire, distruggere e ricreare le cose.
Ma ora scusate devo tornare a far volare l’Enterprise…

FILM NON ACCIUGHE AL LIMONE

Non ce l’ho fatta.
A fare?
A scriverlo.
Cosa?

Sono letteramente settimane che penso a un post di quelli un po’ controcorrente.
Tipo a un pezzo pro Fabrizio Cicchitto.
Uno dei cortigiani più servili del Silvio, uno che ha passato la vita a tradire se stesso, uno che ne ha combinate di ogni pur di restare nel club e soprattutto uno di quei terribili figuri della maledetta Kasta. Avevo anche studiato la sua biografia, vita morte e miracoli e alla fine ho cercato in tutti i modi di scriverne bene, guardando ai risvolti umani delle sue scelte tragiche, umanizzandolo come un Falstaff denoiartri…
Niente. Non mi è venuto. Il Fabrizio è il genere di uomo che riesce ad essere intollerabile anche quando cerca di essere simpatico. Tipo il suo coccodrillo per la morte dell’amabile Renato Nicolini. E’ riuscito a usare anche quella dichiarazione per dire che egli (il Renato) era sì bravo, ma comunque il centrosinistra è composto da una manica di stronzi. Quindi no. Non ci riesco a parlarne bene.
Cioè bene. “Pro Fabrizio” (questo era il titolo del post) voleva dimostrare che al confronto dell’inquisizione spagnola che ci aspetta (tipo Grillo, Travaglio, Santoro, etc.) e di quello che vediamo fare da questi stessi (insulti, delazioni, croci sulle facce degli altri leader, magia nera e bianca, auspici di processi popolari etc.) la gente come il Fabrizio alla fine ci sarebbe sembrata, anzi sarebbe sicuramente stata, più democratica.
Poi mi è passata sotto gli occhi questa foto.

E ho pensato. Ma cheddiavolo perdo tempo a baloccarmi nel menopeggismo di stampo partitodemocratico quando ci sono storie molto più interessanti nel mondo come quella di questi due personaggi.
Che mi potreste dire: son 2 vecchi usciti da una canzone di Paolo Conte (“di due messi lì in un brutto tinello marron” – Son qui con te sempre più solo – Album Paolo Conte).
Che? Altro che tinello marron. Questi 2 han fatto la Storia. La S maiuscola toria.
Che se fossi davvero un reggista (con 2 g) starei già a scrivere la sceneggiatura di una delle storie più interessanti e appassionanti che l’Europa ha vissuto con me vivente et spettatore pure. Una storia per giunta a lieto fine in un momento in cui l’Europa avrebbe bisogno di riconoscersi in un pugno di ideali più alto che non far alzare lo spread.

Che io c’ho due idee di film lungo che vorrei fare nella vita. Anche tre o quattro volendo, ma se mi dicessero ne puoi fare solo due direi: la prima è la trasposizione del cartone anni ’70 Daitarn 3, uno dei più buffi e scanzonati. Dieci volte meglio dei transformers! So già come farlo dalla prima all’ultima inquadratura.
La seconda è un film sulla Polonia di Walesa e Jaruzelski. Che solo su Jaruzelski ci si potrebbe fare una trilogia, il più anticomunista dei comunisti, uno che ha visto cose che nemmeno i nexus 7 hanno visto alle porte di Orione.
Una cosa da trattare alla modalità di Pontecorvo, tra “La battaglia di Algeri” e “Ogro”, ma con un’attenzione ai personaggi da Milos Forman.
E io che sto a pensare per settimane a come riabilitare Cicchitto.
Se mi incontro allo specchio mi sputo.

Quel sorriso senza gioia.

Come quello del commercialista quando gli chiedi se l’iva è rateizzabile*.

Prepariamoci a una dura rieducazione oculare.

C’è poi l’amico che ti invita a casa sua per vedere il blu ray di guerre stellari sul suo fiammante schermo piatto 65 pollici-edge-led-infinity-black-esticazzi.
Peccato che l’amico abbia dimestichezza col mezzo come un pinguino di moto da corsa e così lascia inserita la modalità “sport”.
Inizia Guerre Stellari modalità “sport” e già dai titoli che scorrono in prospettiva senti che c’è una perturbazione nella forza. Ma è quando appare la prima astronave di cartongesso che pensi di essere finito nel film-fan di star wars fatto con la telecamera della prima comunione del cugino Vincenzo.
Sì perché questo fa la modalità “sport”. Trasforma il cinema nella comunione del cugino Vincenzo attraverso la tragica aggiunta di frame posticci per “aggiungere realtà” al nostro occhio. Per questo va forse bene per lo “sport” che, ad eccezione del curling, prevede oggetti veloci sullo schermo. In realtà questa funzione potrebbe avere un senso solo se il cameraman, che so in una partita di tennis, si mettesse a seguire la pallina con panoramiche a schiaffo da destra a sinistra e viceversa.
Quando Darth Vader si mette a menare fendenti con spade laser, la modalità “sport”, trasforma il duello in un incontro tra gente vestita in modo improbabile che lottano con gadget di importazione cinese.

Dietro le quinte intanto…
La cosa che mi è assolutamente chiara è che quello che vediamo al cinema in realtà è una sequenza di numerose immagini fisse. 24 immagini fisse per secondo per la precisione. Se assistiamo a un film di 2 ore vedremo più di 170 mila immagini fisse. Ci sono varie teorie sul perché queste immagini fisse si mettano a muoversi. Nessuna di queste è ancora capace di dare una risposta certa a questa autentica magia. Il tutto deve essere legato alla complessità del nostro cervello che già a partire dai 5 frame al secondo “vede” il movimento.

Divagation on:
e se invece fosse proprio la realtà costituita da una serie infinita di fermi immagine e fossimo noi a dargli un senso attraverso lo scorrere del tempo. Le cineprese e le macchine fotografiche allora coglierebbero la vera essenza invece di semplificarla…

Divagation off:
A 10 frame il movimento è già più fluido, ma ancora percepiamo molti scatti… Ci mancano delle informazioni. Dai 20 i movimenti ci sembrano “naturali”. Naturali per come siamo abituati a percepirli al cinema. Non ho capito perché il cinema abbia deciso per la cadenza dei 24 fotogrammi e non 48 o 72 o che so 100, ma probabilmente perché un secolo e passa fa era il miglior compromesso tra qualità del movimento ed economia. Già perché un rullo di – costosa – pellicola a 24 frame dura 10 minuti e non è che se ti viene male il girato ci puoi riregistrare sopra. Devi comprare altra pellicola e rifare da capo. 50 fotogrammi al secondo avrebbero regalato al nostro occhio molta più informazione, ma a un costo doppio. Senza contare che i proiettori avrebbero dovuto girare al doppio con rischi doppi di strappi, inceppamenti, incendi, morti e feriti.
Ah e poi c’è il problema dell’esposizione. Se io faccio correre la pellicola al doppio della velocità resta alla luce la metà del tempo e quindi ne ho bisogno di più sensibile…
Insomma ci sono ottime ragioni per cui è più di un secolo che ci sorbiamo film a 24 fotogrammi al secondo e, alla fine, ci siamo abituati a vedere una realtà a passo “ridotto”. Non solo, ma ci è piaciuta assai perché (ecco la magia del cinema) la realtà ridotta di fatto aumenta la veridicità della finzione. Avete presente le auto volanti di Blade Runner? Non volavano davvero e non erano neanche veramente di lamiera. Erano dei plasticoni. Giocattoli che persino un bambino babbeo schiferebbe. Eppure illuminate in modo giusto, truccate a dovere e riprese alla giusta cadenza… Volano.

Stacco.
Cento e passa anni dopo.

Arriva Peter, nel senso di Jackson e decide che si gira a 48 fps (fotogrammi per secondo). Oggi si può. Grazie al digitale costa più o meno uguale. Ma perché? Perché è cool. Perché le cazzo di panoramiche sulle fottute terre di mezzo soffrono meno l’effetto “strobo”. E’ tutto più fluido, più real, più immersivo, più 3D, più…

Mandate in palestra il vostro occhio, il futuro che ci attende è molto simile a questo:

* Leo Ortolani, Ratman n. 89.