L’interstellare giro intorno a se stessi.

Una dozzina d’anni fa abbondanti decisi che nella vita volevo fare il regista. Siccome regista non so se si nasca, ma di sicuro non è facile diventarlo, nel frattempo ho fatto il filmmaker che vuol dire sia fare video per vivere che vivere per fare video.
Come nel dilemma dell’uovo e della gallina non ho ancora capito se volevo fare il regista perché mi piaceva il cinema o se mi piacesse il cinema perché volevo fare il regista. Sta di fatto che quando un grande regista chiama io sento il bisogno di andare, qualunque opinione io abbia di lui. Perché ne stimo e ne invidio la professione e, soprattutto, perché voglio rubargli qualche cosa. Fosse anche solo l’auto di batman…
Appunto Nolan. Con una battuta rubata a Leo Ortolani si potrebbe dire: Oh no! Nolan!
Uno che riuscirebbe a trasformare in un drammone esistenzialista dai toni cupi un balletto tirolese.
Uno che non riesce a dire una cosa in meno di tre ore. Anche solo “vado a prendere il latte” diventa un’epopea. In famiglia una normale discussione a cena finisce all’alba. Infatti, Nolan non lo invita più nessuno e usa i film per parlare, parlare, parlare…
Però…
Sa usare gli attori in modo fantastico riuscendo a fargli fare e dire cose assolutamente improbabili.
Ha il coraggio di costruire castelli impervi, trame collose, storie oblique senza rimanerne schiacciato… O  quasi.
Ha uno stile visivo epico, ma calato in una sorta iperrealismo minimale… Cazzo vuol dire?
Ecco esattamente non lo so, ma so che esce un film di Nolan io devo andare, fosse anche dall’altra parte della galassia… O quasi.

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-70mm babbo! -ma che davero davero?!

Scopro che Interstellar sarà proiettato in esclusiva italiana in 70mm all’Arcadia di Melzo. Una delle cinque sale in tutta Europa a proiettarlo in tale formato.
Sempre per la premessa di cui sopra era necessario e doveroso vederlo in quella veste.
Sennò facevo meglio a continuare a fare l’avvocato come simpaticamente mi ricorda mia zia.

L’Arcadia di Melzo, un luogo che in passato mi vide spesse volte attraversare quei 40 km circa avvolti nella nebbia in gruppi più o meno numerosi. Per gli standard di allora aveva lo schermo e la sala migliore che si fosse mai vista. La mitica sala Energia da 630 posti aveva delle poltrone presidenziali un sonoro che faceva saltare gli occhiali dal naso e uno schermo grande… Molto grande.
Quando usciva un “filmone” ci si attaccava al telefono per prenotare i posti migliori. Sul punto spesso si divergeva. C’è chi voleva stare quasi dentro allo schermo e chi invece preferiva salvarsi la retina e starne quanto più lontano. Ricordo quando uscì nel 1999 “La minaccia fantasma” il primo film della nuova trilogia di Star Wars. I biglietti dell’Arcadia erano sventolati come trofei. L’Arcadia aveva la proprietà di esaltare sia i pregi che i difetti di un film perché ogni film si amplificava. Compresa la minaccia fantasma che proprio lì mostrò la sua colossale pochezza. Era il suo bello. Rendere un film un piccolo evento, renderlo vivo come un concerto con effetti spesso devastanti. Ricordo come un film in un film la fuga precipitosa di svariate file di spettatori dal fuoco dei primi 20 minuti de “Salvate il soldato Ryan”. Nessuno di noi aveva visto da così vicino la seconda guerra mondiale e qualche problema di sonno nei giorni a seguire lo creò anche a me.
E poi un altro evento difficile da dimenticare fu la proiezione in 70mm di 2001 odissea nello spazio proprio nel 2001.

Nuovo T-Fighter Hybrid. E' alimentato a idrogeno...

Nuovo T-Fighter Hybrid. E’ alimentato a idrogeno…

Poi i miei pellegrinaggi al tempio divennero sempre più radi. Un po’ perché il viaggio era di per sé stancante, un po’ perché si voleva provare gli altri “multiplex” che sorgevano ai confini della città, un po’ perché il tempo si restringeva e gli schermi in casa si allargavano, un po’ perché di “filmoni” ne uscivano sempre meno.
L’ultima volta che ci andai, diversi anni fa (credo fosse Watchmen del 2009), era quasi deserta e con quasi tutti i servizi chiusi. Sembrava in via di smantellamento, stile finale di “Nuovo cinema paradiso”.

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Fantascienza nella fantascienza…

Tra ventanni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Diceva Mark Twain a suo cugino strappandogli i peli del naso con una pinzetta. Tra le cose di cui non sarò deluso tra vent’anni ci infilo il viaggio verso Melzo per la prima volta di Interstellar 70mm in un inizio di novembre i cui colori plumbei e la pioggia incessante ricordano un film di Fincher. Viaggio effettuato, anche qui era una prima, con il treno… E’ un peccato lasciare un’opera ciclopica come il Passante Ferroviario semi inutilizzato e semi sconosciuto al pubblico più ludico. Oltre a toglierti dalla noia della guida, del parcheggio e del cambio manuale il treno ti permette di leggere anche dei racconti di Dick che è una specie di perversione nerd. Un po’ come andare a un matrimonio vestito come lo sposo.

L’ottimo semovente mi scarica a poche centinaia di metri dal cinema e proprio di fronte a uno scheletro di una fabbrica. Siccome mi va di vedere tutto in maniera filmica questo passaggio ricorda molto il set di una serie di film di fantascienza. Tanto per stare in zona Dick “Screamers”, un film ingiustamente sottovalutato.

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Qualcosa di meccanico si muove là sotto…

Alla cassa la signora si sbellica quando le chiedo se si fosse liberato qualche posto più centrale. “E’ pienissmo” dice con una certa perfidia. Come se ci fosse un gradino più alto di pieno. In effetti, il luogo ben presto inizia a brulicare di essere viventi. L’Arcadia è viva e in piena forma. Anche il negozio di libri e cianfrusaglie nerdiche è aperto.

Mi è semblato di vedere un T-Rex!

Mi è semblato di vedere un T-Rex!

Lo spaccio di schifezze va a gonfie vele. Tutto ciò contribuisce alla sensazione di un viaggio a ritroso nel tempo. Mi guardo allo specchio e ho la stessa giacca di 10 anni fa e la stessa coglioneria che mi consente di farmi un autoscatto con il dinosauro posizionato all’ingresso che mi insegue. Compro un fumetto. Se qualcuno mi dice qualcosa ora potrei dire che “è per mio figlio”. Col cavolo! E’ per me! Gli va bene se glielo faccio toccare.

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Il pizzone è servito…

Quando aprono i cancelli del cielo (la sale energia è in alto) scorgo la sala proiezione e decido di fare una sortita per vedere da vicino le megabobine. Dietro di me si riunisce una piccola congrega di distinti signori con la bava alla bocca. Il protezionista ci apre e molto gentilmente inizia una piccola visita guidata alla sala comando. Questa ricorda il livello di detenzione in cui veniva tenuta la principessa Leila nel primo film, in ordine di uscita, di star wars. Ci viene spiegato che il film è diviso in 8 bobine dal peso complessivo di 180kg. Ci confessa anche che tre secondi di film sono stati tagliati perché altrimenti avrebbero avuto un problema di sincronia con la traccia audio. Scandalo! Tre secondi di film su tre ore! Rivoglio indietro i soldi. In verità, mi piacerebbe rubargli quei tre secondi tagliati che ci sventola davanti e glielo dico pure. Per evitare una rissa mi regala un pezzo di pellicola sempre in 70 millimetri di un altro film. Con in mano il trofeo potrei anche dichiararmi pienamente soddisfatto dalla giornata e tornare a casa. Ah già c’è il film da vedere. Oh no! Nolan!

Quasi buio in sala.
Il ritrovo che ci siamo dati sa un po’ di omaggio alla carriera di una vecchia amica. La pellicola di cui stiamo per vedere gli ultimi gloriosi frammenti. Un ragazzo dietro di me chiede a quello che potrebbe essere suo padre: – sei emozionato? Lui figo: – no. Pausa. – Un po’ dai.
La sala è ben tenuta, le sedie sono comode e ci si stravacca volentieri. Vorrei un poggiapiedi e un mojito, ma va bene così. Niente a che fare con le imitazioni che sono sorte in giro. E’ un cinema per appassionati fatto da appassionati. Lo dimostra il dettaglio dell’illuminazione degli altoparlanti posti dietro lo schermo a sala semi buia.

Buio in sala.
La prima cosa che si nota, per me ormai disabituato all’analogico, è il leggero sfarfallio della pellicola. E’ come mettere su un vinile dopo anni di musica esente da graffi o difetti di riproduzione. Alla fine di ogni bobina c’è un salto preceduto dal buon vecchio pallino bianco in alto a destra. C’è molta grana, forse enfatizzata da una correzione colore fin troppo spinta. Il 70mm andrebbe confrontato con i 4k per capire le differenze con il digitale. Il meglio di sé lo dà nello spazio e nel momento dello sbarco sui diversi pianeti. Sul senso ultimo del film è inutile qui spendere parole che il buon Giusti  ha già speso molto meglio di me. Posso dire che è stato emozionante. Forse più per il contorno. Ma anche per alcuni passaggi che vanno a toccare certe corde. E poi per quella pioggia di citazioni che ti fanno sentire un po’ vecchio e un po’ a casa.
Lascio i miei Io del passato ad aspettarmi per le prossime proiezioni. Fine.

Lo schema di un buco nero.

Lo schema di un buco nero.

Il solito.

Tra una risata e uno scherzo si è fatto ottobre 2014. Incredibile come passi il tempo quando ridi e scherzi tutto il tempo. A dirla tutta pare che il tempo passi in fretta anche senza frizzi e lazzi. Tu apri un blog ed è un attimo che si riempia di polvere. E’ un attimo che poi la gente che ti leggeva (i soliti 15 masochisti) pensi: magari è morto. Magari invece è chiuso in una stanza da 4 mesi con due gemelle svedesi. Quasi mai la gente pensa a questa eventualità riferendosi alla mia persona.

La verità, come ci ricorda un altro luogo comune, sta nel mezzo. Tra la morte e le svedesi. Ci sono quasi un’infinità di possibilità. La più ovvia: non ci avevo niente da dire o non ci avevo voglia di dirlo.
Rompo quindi l’utile silenzio per comunicare un’idea tra le più inutili che potesse venirmi negli ultimi 4 decenni. Un libro di foto. Anzi, non uno, ma due.
Da aggiungere alla lista delle 100 cose da fare prima di morire c’è la pubblicazione non richiesta di un paio di album fotografici. Nella lista sta un gradino sopra al disegnare un grande cazzo utilizzando la app “Runtastic” + gps e un gradino sotto al girare il mio primo lungometraggio.
Parto dai due libri perché mi viene più facile. La facilità che è l’origine di ogni vizio è il motore che più di ogni altra cosa mi spinge in questi tempi complessi.
Più facile che grattarsi? No. Più divertente? Forse.

Ora parte un tentativo puerile di giustificazione.
Oggi la fotografia ha raggiunto forse l’apice della democratizzazione. Con Instagram, ad esempio, possiamo dare a bere a chiunque di essere dei buoni fotografi. E’ questo che mi piace della democrazia. Darla a bere. Ormai una macchina fotografica o un qualcosa adatto a fare delle foto è nella disponibilità praticamente di chiunque. E’ anche questo che mi piace della democrazia. Una macchina fotografica non si nega a nessuno.
Ora ci sarebbe il pippotto filosofico su cosa significa per me una fotografia, ma per facilitarvi dirò che basta che prendiate le parole “attimo, fissato, eternità, macchina, del, nell’,tempo, modernità, testimonianza, avvitatore” e le shakeriate un po’ con qualche verbo, anche a caso, e avrete esattamente la nozione a cui pensavo.

Ecco allora l’idea. Perché per ora solo di un’idea si tratta e forse l’accidia l’avrà vinta anche questa volta. Prendere le 50 migliori foto che ho fatto scegliendole dalle miliardi che ho scattato nella mia ormai lunga carriera di fotoamatore e aggiungerci una didascalia che cominci con “Qui è quando…” oppure “La solita foto…”. Questi sono i due titoli dei due libri. Quindi 50 foto per “Qui è quando” e 50 per “Le solite foto”. Totale: 100. Non si sfugge alla legge dell’addizione.

Ora c’è il simpatico aneddoto.
Per il titolo del libro “Le solite foto” devo ringraziare l’amico Cesare e il suo umorismo sottilmente cinico. Un giorno gli feci vedere delle foto. In una c’era una goccia d’acqua a mezz’aria che a me sembrava a dir poco un’opera d’arte. Egli la smontò con: “Ah! La solita foto della goccia d’acqua a mezz’aria”. Cesare aveva colto il succo della democrazia. Tutti crediamo di fare o dire delle cose originali e tutti finiamo per fare le solite cose. Tutto è già visto, tutto è già fatto, pensato, costruito, mangiato e digerito… E che non mi aspettate? Voglio partecipare anche io al già fatto eccetera. Del resto da quando uno entra per la seconda volta in un bar ha il diritto di menarsela dicendo al barista: il solito…

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Un disordinato flusso di incoscienza.

Quando per giorni e giorni non riesco ad avvicinarmi a una tastiera o a un foglio per trascrivere in modo coerente i vari pensieri che mi trapassano capita che le idee sospese nell’aria si diradino col tempo come nubi. Ciò che ne rimane può essere questo…

Video Kills the Book Stars?

Ho il sospetto che la storia passi più che dalle rivoluzioni da progressivi aggiornamenti. Un’evoluzione di cui spesso si ignora la presenza perché è talmente lenta, latente, sottile che uno se ne rende conto solo quando si volta indietro un attimo e vede che il treno, che pareva immobile, ha lasciato la stazione già da centinaia di chilometri. Ma forse sarebbe meglio dire da migliaia di miglia. Perché ormai siamo più americani degli americani e il miglio, che è sempre verde, è anche più lungo.
Per scendere sul campo da gioco vero e proprio c’è da notare che da qualche annetto, forse già dall’inizio del terzo millennio, si sta affermando una forma di intrattenimento che è di fatto letteratura televisiva o video letteratura. Le serie tv, nella loro recente evoluzione, sono il terreno di caccia dei migliori scrittori su piazza, con il vantaggio, rispetto al cinema di restituire molte se non tutte le sfumature proprie di un romanzo. E forse di più. La video letteratura è una sorta di realtà aumentata per la letteratura. A ben pensarci non è che sia poi tutta questa rivoluzione, perché la trasposizione di un romanzo in tv è una cosa che si faceva già dai tempi della tv in bianco e nero e la Rai ne faceva di ottimi tratti dai grandi romanzi. L’evoluzione sta nel fatto che i prodotti sono pensati per il mezzo cinetelevisivo e, soprattutto gli anglosassoni che ne hanno fatto un’industria, sanno utilizzare in modo superbo ogni tecnica di narrazione per rendere vivi personaggi che entrano nell’immaginario collettivo.
Così ha poco senso oggi chiedere alle persone quanti libri leggono in un anno per misurarne il grado di cultura. Oggi alcuni dei libri migliori si leggono in tv.
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C’è qualcosa nell’aria che mi dice che io morirò (cit.).

Alcune riflessioni al limite del geniale. Oggi ci dicono che siamo circa 7 miliardi. Ma se facessimo una fotografia capace di contenere i volti di tutti gli umani oggi viventi e tra diciamo 120-130 anni qualcuno la riguardasse questo qualcuno potrebbe dire: ecco questi sette miliardi di umani sono tutti morti. Tutti tranne due. L’indiano che oggi afferma di avere 179 anni e Silvio Berlusconi. A parte questa significativa eccezione non ci sono dubbi sul fatto che prima o poi toglieremo tutti quanti il disturbo.
Questo sistema escogitato dalla natura per mantenere il mondo dinamico e in evoluzione è molto efficiente, ma sono in pochi a prendere sportivamente questa regola base e anche io mi ci adatto con difficoltà. Molti, anche organizzandosi in chiese, culti etc., si sono inventati tutta una serie di mondi alternativi, dimensioni parallele, dei, castighi e premi pur di non sottostare a questo rigido regolamento. I “lacci e lacciuoli” dell’oltretomba. Nessuna di queste storie, al momento, mi convince, ma non posso neanche dire di essere convinto che la cosa finisca con l’ultimo battito cardiaco. Il che un po’ mi inquieta perché forse preferisco che non ci sia un dopo o un tragico eterno ritorno ché, come diceva Woody Allen, poi mi toccherebbe assistere altre repliche di Holiday on Ice.
Ma non è il dopo che mi interessa in questa sede. E’ la multimedialità associata al trapasso che crea degli effetti abbastanza interessanti e a volte spiazzanti.
L’effetto “sesto senso” ossia vedo gente morta in realtà l’abbiamo già quotidianamente quando vediamo un film girato da più di una cinquantina d’anni (spesso molto meno). A volte mi prende una perversa curiosità. Vedendo un vecchio film mi attacco a internet e cerco se c’è ancora qualcuno di questi in vita. Peggio ancora scorro wikipedia per sapere di cosa è morto. E penso: io come la farò finita? In che categoria mi piazzerò? Malattia, suicidio, incidente, noia? Sul quando non ci ragiono più di tanto. C’è già un’app che te lo dice. C’è un’app per tutto.
Sul come la questione si fa più interessante e non per niente il mio canale del digitale terrestre preferito “DMAX” ha un paio di programmi intrisi del tipico humor nero anglosassone che ti elencano, con ricostruzione dettagliata, centinaia di modi più o meno divertenti per andarsene.
Poi c’è questo fatto dei social e dei giornali online che hanno portato il necrologio contemporaneamente più globale e più intimo. Così vieni a sapere della morte di un sacco di gente che non conosci direttamente, ma che un tuo amico, magari di terzo o quarto grado conosceva. E magari il tizio aveva una pagina facebook, un blog, un sito che immediatamente diventa un sepolcro 2.0. Cosa che avrebbe procurato notevole materia da letteratura al Foscolo. E qui si torna alla fotografia di massa perché, con altra geniale constatazione, non vi è mistero che io e i miei 300 e rotti amici di facebook diventeremo chi prima e chi poi solo un’immobile distesa di bit.
Aperta parentesi. Il fatto, al momento non smentito, che alcun defunto sia in grado di far uso di internet non depone a favore di un aldilà o per lo meno della qualità delle connessioni nell’altro mondo. Chiusa parentesi.
Inutile negare che tutta questa informazione sul fatto che prima o poi si muore, questo continuo ricordarmi la precarietà dell’essere, sia fonte di inquietudine. Perché è logico allontanare dal quotidiano l’idea del finire, altrimenti nessuno di noi farebbe più nulla e staremmo a filosofeggiare sul senso della vita vestendo tuniche greche. Un po’ il mio mondo ideale. Il problema è che con l’informazione che ti segue anche al cesso è come se ti venissero ad affiggere un manifesto funerario, tipo di quelli che trovi nei piccoli paesi bianchi e neri con la croce, in camera da letto.
Il dibattito sulla morte per quanto fondamentale ha lo stesso sbocco dei dibattiti sul calcio, ossia nessuno. Per questo vanno avanti e per sempre andranno avanti almeno finché qualcuno non sia in grado di postare un video dall’aldilà o finché non metteranno la moviola in campo.
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La tela.

E’ quando fai fatica a trattenere le lacrime durante “Spiderman 2 – il potere di electro” che ti rendi conto di quanto il diventare padre abbia l’impatto di un meteorite emotivo delle dimensione del Texas. Che poi il rapporto padre figlio finché sei figlio è un conto e quando diventi padre è tutto un altro conto. Non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato e nemmeno lo stesso sport, come direbbe Jules. Cominci a vedere le cose da quella prospettiva per cui ogni cosa ti parla di questa novità. E’ probabilmente un inganno mentale creato dal cervello per far tornare i conti di una realtà che spesso mi sfugge.
Così tutto Spiderman mi è sembrato un interessante compendio delle varie sfumature che questo rapporto nel bene e nel male comporta. Che a volte i padri è meglio averli (Parker, Stacy), ma a volte è meglio non averli (Osborne), ma sicuramente i figli è sempre meglio averli avuti almeno per un secondo e quella sequenza – Spoiler alert – molto paracula in cui il piccolo vestito da spiderman si pone di fronte al carroarmatorinoceronte come il cinese di Tienanmen ti pone di fronte a questa unica verità: la vita di quel figlio è molto più importante della tua e se fosse necessario sacrificheresti la tua 100 volte per la sua. In questo Spiderman è un figlio che diventa padre di un’intera città e ogni padre diventa Spiderman.

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Quella luminescenza tipica delle valigie.

(Note a margine de “La valigia del Diavolo”).

Un grande stanza di un’edificio che un tempo vide la produzione di treni quasi nel centro di Milano (l’Ansaldo). La stanza è in completo disfacimento: sta per essere ristrutturata dalla testa ai piedi e approfittiamo del momento di transizione tra il vecchio e il nuovo per girare l’apertura e la chiusura del documentario “La valigia del diavolo”. E infatti, sulla prima nota di un concerto per pianoforte di Bach ecco apparire dal nulla, in lontananza, uno strano figuro, ancor più bizzarramente vestito. Man mano che si avvicina si intuisce che è un personaggio di fantasia, vestito con un mantello di carta sottile, delle babbucce improbabili e una maschera monocornuta da diavolo. Evitando dei calcinacci (ma c’è un take tagliato che mostra come l’operazione non sia riuscita al primo colpo e che, col permesso del protagonista, pubblicherò a breve) il buffo figuro ci viene incontro. E’ proprio un diavoletto, ma più che timore trasmette allegria perché è un diavolo da Commedia dell’Arte. Sotto braccio reca con se un valigione vecchio stile. Quando è ormai molto vicino allo spettatore si ferma, appoggia la valigia di fronte allo spettatore su un tavolo che resta però invisibile e immediatamente apre la valigia. All’apertura dalla valigia proviene un bagliore. Il nostro diavolo guarda soddisfatto il contenuto e da lì la storia comincia…
Pulp-Fiction-valigettaIl titolo del documentario mi è stato suggerito proprio dal protagonista, Andrea, il mascheraio di cui parla il cortometraggio durante una sessione di riprese. Proviene da un aneddoto di vita vissuta che però nel film non viene raccontato.
Ho preferito lasciare all’interpretazione dello spettatore il perché del titolo, mentre il bagliore è dichiaratamente una citazione di una nota scena di Pulp Fiction a sua volta citazione dal fantastico noir Kiss me deadly (Un bacio e una pistola)in cui una valigetta contiene una misteriosa sostanza luminescente e potenzialmente letale.kissme_deadlyQui naturalmente non vi è nulla di letale (al limite il film stesso) e l’apertura della valigia è come un’apertura di un sipario su un mondo che anche a me, fino all’anno scorso, era totalmente sconosciuto. E’ la storia di un artigiano, ma anche di una sua opera, una particolare maschera creata ad hoc per un attore. Nel corso dei nostri incontri però sono venute fuori anche altre tematiche e alla fine è forse un po’ un film sull’inconscio, sulla molteplicità dell’animo umano, sul vero e sul falso e forse, dico forse, anche sugli alieni. Troppo? Avete 18 minuti e 50 secondi per scoprirlo.
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Aguacaliente e la retorica dei giusti.

Ci sono quei film che anche se li hai visti un migliaio di volte quando passano in tv inevitabilmente li riguardi per la milleunesima volta. Nel mio caso “Per qualche dollaro in più” di Leone, un uomo che non celebriamo mai abbastanza. Una delle scene da cui proprio non riesco a staccarmi è questa:

Così dopo migliaia di visioni comincio a credere che il buon Sergio fosse una specie di vate e che dentro i suoi film vi si possano leggere metafore presenti e future. Così, come un aruspice che pasticcia con le interiora di tacchino (specie intorno al giorno del ringraziamento), ho avuto questa visione.
L’inospitale Aguacaliente non è altro che l’Italia e che i forestieri, che in generale sono sempre poco amati, sono i politici, razza a forte rischio di lapidazione. Se fossimo onesti con noi stessi ammetteremmo che i mostri che abbiamo oggi in Parlamento sono per lo più prodotti nostrani frutto di scelte collettive estremamente conservatrici. E non contenti di aver dato vita a queste creature ormai sfuggite al nostro controllo come i dinosauri di Jurassic Park, stiamo creando altri mostri decerebrati per cercare di ucciderli. Tipo il Movimento 5 stelle che è l’equivalente del napalm per uccidere le zanzare. Come al solito divago. Ciò che qui mi interessa è capire se quel che rimane della sinistra possa in qualche modo attraversare Aguacaliente senza essere di nuovo impallinata.

Nonostante la centunesima delusione mi sono quindi beccato il confronto su Cielo tra i tre gringos candidati alla segreteria del PD. Non sono convinto che queste prove di retorica abbiano un qualche valore per capire se un politico sia davvero in grado di governare un paese che è cosa molto più complicata dello sparare abili battute per ingraziarsi il pubblico. Ma che ci piaccia o meno lo specchio nero che ognuno ha in casa, ossia qualunque schermo capace di trasportare a distanza dei suoni o dei colori, è diventato il principale strumento del dibattito politico e l’abilità nell’utilizzarlo fa la differenza. Alla faccia di chi dice che la tecnologia è neutra. La Storia però è ancora meno neutra e così durante lo spettacolo del duello a tre (triello?) mi è apparsa ancora più evidente del solito come per decenni noi che in qualche modo ci richiamiamo alla sinistra ci siamo imbevuti di retorica, la retorica dei giusti in particolare.
Quella cosa per cui non era ben chiaro perché, ma alla fine alzavi il culo e andavi a votare Pci, Pds, Ds, Pd. Gaber provò a fare un elenco dei motivi per cui si era comunisti, ma alla fine c’erano almeno altrettanti ottimi motivi per non esserlo. Su tutto c’era questo senso di diversità, quest’idea di giustizia che rendeva giusti coloro che portavano quel vessillo. Non importa se la Storia era andata altrove da tempo e se le idee sfumavano sempre di più. Gli “altri” del resto erano ladri ed assassini. Alla fine questo bastava, è bastato. Fino a trasformare quel sentimento di giustizia in un’appartenenza meno che calcistica. Noi siamo i giusti gli altri sono i cattivi. Non sembrò vero agli orfani del comunismo trovare una supermerda come Silvio per riuscire a riciclare la storiella della superiorità morale/intellettuale. Se si perdevano le elezioni era colpa dell’elettorato stupido e ignorante lobotomizzato dalla tv. Anche dopo le ultime elezioni ho sentito molte persone di sinistra ragionare ancora in questi termini pur di non guardarsi allo specchio e ammettere di aver preso ancora una volta un bel granchio. Un tempo anche io ci credevo. Bello assuefatto alla rassicurante retorica dei giusti. Poi ho visto quanto i cosiddetti “diversi” si impegnassero nei fatti ad essere uguali all’apparentemente odiato nemico. Tenuto tra l’altro in vita in tutti i modi, perché ucciderlo avrebbe rotto anzitempo l’incantesimo.
E poi le migliori menti sono con noi. L’intellighenzia è con noi, i cantautori sono con noi, i registi, i teatranti, gli scrittori, i comici… Allora se i migliori sono con noi allora è vero: abbiamo ragione, stiamo dalla parte giusta.

Mi iscrivo a primo babbeo perché su questa base mi sono sorbito per anni una serie di compromessi sempre più al ribasso che neanche un tirannosauro avrebbe digerito.
Prendersi un pezzo di Rai? E’ giusto perché noi amiamo gli ultimi e gli ultimi hanno bisogno della nostra parola tramite la tv. Scalare le banche, gestire gli appalti della sanità e della grande distribuzione? E’ tutto fatto per un fine superiore, per qualcosa di giusto. E sempre più giù fino alla bicamerale, alla mancata legge sul conflitto di interessi e perché no mettere a capo della segreteria politica del PD il ras di Sesto, chiacchierato da anni e poi inquisito. In Puglia, in Calabria, Campania e in Sicilia poi i giusti hanno dato prove di malgoverno e compromissione con altri poteri quasi leggendarie.
L’ultimo regalo dei giusti è stato Alfano vicepremier, la Cancellieri, Fassina e un governo politico tra i più mediocri della Repubblica. Naturalmente, i fini dei giusti sono così alti che per loro è strano che qui, molto più in basso, non si riesca più ad afferrarne il senso.

Stacco. Mille anni dopo, il 29 novembre 2013 in uno studio televisivo…

“Molti anni fa uno scrittore Italo Calvino
Dobbiamo restituire speranza e dignità…
…non c’è un cambiamento profondo senza la profezia della sinistra…
Ad un ragazzo di 20 anni devi dire ragazzo vieni da questa parte perché questa è la parte giusta…”

Caro Gianni,
se invece di leggere solo Calvino provassi ogni tanto a sfogliare Chi o Novella 3000 e  provassi a frequentare meno geni alla D’Alema e parlassi con qualche cretino forse avresti qualche dato in più sul perché si sono persi 3 milioni di voti alle ultime elezioni.
Ci siamo strafatti con le profezie della sinistra. Se ne fosse avverata non dico una, ma almeno mezza.
Caro Gianni io già ti ascoltavo quando avevo 18 anni ed eri segretario della Sinistra Giovanile e dicevi le stesse cose di oggi. Onore alla coerenza, ma i fatti ti danno tragicamente torto. Ai tempi pensavo davvero che fosse la parte giusta. Oggi che ne ho 40 abbondanti ti posso dire che se passi da Aguacaliente e spari questa bazza sarà già buono se indietro riceverai delle palate di sterco di cavallo. Le mie aspettative sono ormai così basse che non voglio che tu mi dica qualcosa di sinistra. Mi basterebbe veder fatta una cosa. Anche non di sinistra, ma fatta e finita, valutabile, pesabile.

Io non so se Civati o Renzi siano una buona risposta o se saranno mai in grado di gestire il casino lasciato dai giusti in società con le supermerde, ma una cosa buona sembrano avercela: hanno buttato alle ortiche quella retorica insulsa e hanno cominciato a parlare di cose che si toccano, cose piccole, anche basse. Non sono giusti, sono solo due che ci provano. L’otto dicembre mi rimetterò in fila e voterò per uno dei due e vedrò se saranno capaci di passare attraverso Aguacaliente senza lasciarci le penne.

L’onnivoro dubbioso – parte seconda: i simulacri (di P. K. Dick?).

Sono abbastanza fiero di me. Sono già più due mesi che non acquisto carne per mio consumo. Come già spiegavo nella puntata precedente, non pretendo di non toccare del tutto la carne. Se me la offrono e altrimenti andrebbe sprecata la mangio. Anche perché nonostante l’astinenza continua a piacermi assai. Anzi forse l’astinenza me la fa piacere ancora di più. L’altra sera sono stato a una cena a seguito di un matrimonio. Un banco di prova durissimo a cui ho ceduto praticamente subito. L’attacco degli affettati dop è stato travolgente. Li ho gustati con un leggero senso di colpa. Giusto un filo. Del resto non mangiarli non avrebbe risparmiato la vita a nessuna Peppa Pig. A parte questa trasgressione non ho registrato altri cedimenti, ma la mia fede ha fortemente vacillato quando sono finito davanti al tristissimo banco “vegetariano” dell’Esselunga e ho incontrato questo:
ImageQuesto simulacro di hamburger non ha fatto altro che alimentare la mia voglia, in genere scarsa, di un hamburger vero, vivo, pulsante. Sarà la grafica, sarà il logo, sarà che non si può sopportare di leggere l’accostamento delle parole hamburger e soia… E’ come pensare a un gelato gusto vongola. E’ contronatura. E’ come mettere una famiglia gay in uno spot Barilla. E’ peccato. Sacrilegio!
Calma. Devi pensare a qualcosa di bello. Di rilassante. Alla mucca che stai salvando. Ecco. Sì. La mucca mi sarà grata. Se fosse qui mi darebbe una leccata con quella sua bella lingua rasposa, quei suoi occhi teneri, quello stinco sensuale… No lo stinco no! Non pensare allo stinco!
Fade out.
Fade in.
E’ il momento della verità. Alla fine ho preso proprio la versione “indiana” sperando che la spezia coprisse il più possibile il sapore e l’idea stessa della soia che a me ha sempre fatto @agar@. Fuori dal cartone devo superare un’altra barriera di plastica abbastanza spessa prima di arrivare al disco simulatore della carne la cui consistenza è pressoché identica a quella della suola gommosa delle Clark. Anche se la confezione promette la possibilità di non usare condimento io abbondo con l’olio sul fondo pentola. Si fottano le 166 calorie. Intanto, ho preparato un piatto di pomodorini, lattughino, senape e tabasco per occultare ulteriormente il sapore. In caso di emergenza tengo a portata di mano lo scopino del cesso con cui togliermi il saporaccio dalla lingua.
Impiatto con la dovizia di un Master Chef un medaglione dorato coperto di formaggio e poi    mi accingo all’assaggio. Chiudo gli occhi e mastico…
Mi sfugge sempre di più la ragione di chiamarlo hamburger, ma tutto sommato non è male. E’ una cosa discretamente gradevole. Non mi spingo oltre nel lodarlo. Non so se riuscirà a placare il mio desiderio di carne, ma il suo compito alimentare l’ha svolto egregiamente.
Tutto sommato soddisfatto vado a fare una donazione con la mia PayPal alla ricerca per la carne sintetica da cellule staminali.
L’ora del fallimento è sempre più vicina.

Non sapendo né leggere né scrivere ho scritto un libro.

E’ molto probabile che al giorno d’oggi esistano più scrittori che lettori e che il numero di opere letterarie pubblicate ogni anno sulla terra superi i suoi pur numerosi abitanti. Se ciò fosse vero ogni libro avrebbe meno di un lettore. Zero virgola qualcosa lettori a libro. Per i pochi lettori rimasti quindi l’uscita di un nuovo libro non comporta certo un evento. Per chi invece lo fa invece è un piccolo parto. Alla fine, buon ultimo, ci sono arriva anch’io. Così come, a un certo punto della vita, è diventato più interessante e divertente farli i film che guardarli così mi è capitato anche con lo scrivere un ebook. Per la fortuna dello zerovirgolalettore non si tratta di una biografia né di un romanzo, ma di una raccolta di sceneggiature di cortometraggi selezionate tra le tante che ho scritto da quando mi sono messo a fare il filmmaker (e forse anche qualche minuto prima).
Infatti, il titolo pirandelliano “Sei cortometraggi in cerca di produttore” dice già tutto. Con la precisazione che il produttore che si cerca è coincidente con il lettore giacché ogni euro ricavato dalla sua diffusione sarà destinato alla produzione di uno dei sei cortometraggi. Così, in una sorta di cortocircuito mediatico, il libro assolve a due funzioni: quello di raccontare per iscritto, ma anche, un giorno, quello di raccontare per immagini.

Il libro verrà rilasciato gratuitamente il 20 settembre sulla pagina:
www.alexthecat/seicortometraggi

Nel mentre, visto che mi spaccio per filmmaker, il minimo da farsi era un book trailer. Buona lettura e poi, magari un giorno, buona visione.

L’onnivoro dubbioso. Parte prima.

Dilemma parzialmente e provvisoriamente risolto.

Premessa.
Io amo la carne in quanto cibo. Non lo considero il mio piatto preferito, ma mi piace. A parte le frattaglie, la cervella, il fegato e la lingua, del bovino, del suino e del pollo mi piace tutto. Mi piacciono anche i conigli, i cinghiali, i cervi, il montone, l’agnello e la pecora. Oltre a praticamente tutti i pesci. Della carne mi piace forse anche più del sapore l’aspetto conviviale. Tipo la grigliata di ferragosto, l’asado, la fiorentina, i salumi nei panini al latte delle feste, la salamella bisunta stile festa dell’Unità. La condivisione di questo tipo di cibo sembra quasi un ultimo omaggio all’animale. Una specie di funerale festoso con cui lo si ringrazia per averci fornito i suoi sapori. In una puntata dei Simpsons Homer prendeva in giro sua figlia, di stretta fede vegetariana, cantandogli “niente amici con l’insalata”. Cosa probabilmente più vera negli States visto il loro consumo smodato di carne.
Il fatto è che tutte queste prelibatezze derivino da animali morti e che questi, come già illustrato in un post precedente, siano senzienti mi ha però sempre un po’ turbato.
Ma prima ancora della morte dell’animale il problema è la sua vita. Perché le condizioni in cui teniamo il nostro cibo da vivo è così drammatico che ucciderle mi pare un atto di pietà.
Non mi sento per questo un animalista. Anzi io tendenzialmente gli animalisti non li posso soffrire. Buona parte di loro sono dei protonazisti che dietro l’amore folle per le bestie nascondono una carica d’odio per l’umanità. Tipo quelli che su facebook invocano la pena di morte per chi abbandona i cani. E sono pure favorevole alla sperimentazione animale se serve a salvare degli umani.

Penso solamente che allevare e mangiare animali in questo modo non sia giusto. 
Non la farò lunga perché la letteratura sul tema è ampia e piuttosto cospicua anche la produzione filmica. Oggi ci sono sufficienti fonti documentali facilmente accessibili per convincersi a mangiare meno carne o a non mangiarne affatto. Ma anche senza questo supporto, se ci sto a pensare un attimo, ci sono un migliaio di buone ragioni per smettere di mangiare gli animali e solo una per continuare: mi piace. Fino al 2 agosto scorso quell’unica ragione ha vinto su tutte le altre molto più valide per smettere. Dal 2 agosto scorso ho deciso di provare a diventare un po’ meno onnivoro e di cominciare ad escludere l’acquisto di carni rosse e bianche. Non mi posso definire vegetariano perché non ho escluso il pesce (l’astice però è salvo), ma neanche la carne “occasionale” nel senso che non mi opporrò a cene o inviti a mangiare carne acquistata da altri. Cioè cercherò di evitare, avvertendo quando possibile, ma non farò il talebano in tal senso, anche perché penso che se lo facessi durerei ancora meno in questa scelta di quanto penso di durare. Terrò dei brevi aggiornamenti sul progresso della decisione, ma se fossi un bookmaker non scommetterei su di me. Sento che non durerò molto in questo buon proposito e che il mio karma tornerà ben presto in negativo. L’ho capito quando il giorno dopo la mia decisione ho quasi pianto di fronte al melone privato del prosciutto. Questo quindi sarà probabilmente il diario di un clamoroso insuccesso. Spero solo che la carne sintetica arrivi molto presto. Ho già sentito che è stato provato in Inghilterra un hamburger di carne ricavata da staminali. Ragazzi scienziati so che potete farcela, io sarò il vostro primo acquirente.
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Una cosa divertente che mi toccherà rifare.*

*Reinterpretazione del titolo di un libro di D.F.Wallace che racconta la sua esperienza in crociera “Una cosa divertente che non farò mai più”.

Il termine “riminesco” in alcune regioni della mia famiglia ha da sempre una connotazione negativa. Per alcuni miei parenti è sinonimo di scomposto affollamento di umani, chiasso molesto, sabbia che tediosamente ti si infila tra le mutande, casino. E’ un termine tipicamente usato in quegli ambienti un po’ snob tipici della sinistra chic che tanto danno hanno recato al paese non venendo capiti dalla massa di elettori che li hanno sempre, a loro volta, snobbati. E’ quell’atteggiamento che ha fatto sì che da ragazzo abbia passato le mie estati tra boschi liguri e isole sperdute del mediterraneo. Entrambi paesaggisticamente encomiabili e pochissimo rimineschi, ma con un impatto del tutto tragico sulla mia vita sociale e conseguentemente sessuale.
Provate voi anche solo a limonare con qualcuno o qualcosa nel mezzo della macchia mediterranea a minimo 15km dal primo centro abitato. Sarà già buono se avrete una copula passiva con un cinghiale. A me nemmeno quella. A salvarmi da una vita di castità arrivò poi una ragazza, ma ero ormai nel tardo liceo e poi questa è un’altra storia. Una storia adriatica.
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Perché a salvarmi dall’ignoranza loci (mi piace usare il latino ad favam) è arrivato Leo (cioè mio figlio di un anno e mezzo) e la crisi economica. Mi chiedo se questa combinazione sia frutto del caso o meno. Magari è solo una mia sensazione, ma mi sembra che proprio in concomitanza della crisi i miei coetanei si siano messi a investire in figli. E ciò sembrerebbe un controsenso perché oggi più che mai un figlio è l’opposto di un investimento economico (“the opposite of an economic investment”. P.Krugman Premio Nobel per l’economia). Invece, a sancire la morte definitiva (finalmente) dell’edonismo reaganiano vedo un sacco di bimbi nuovi. Anche perché, effettivamente, per quanto il mondo degli oggetti sia sempre più suadente non esiste nulla al mondo che possa sostituire la bellezza di sentirsi chiamati papà da un essere alto 82 centimetri. Ma questa è un’altra storia. Questa è una storia riminesca.
UnaCosa9La prima cosa che ho scoperto è che sulla riviera romagnola puoi scegliere il livello di coinvolgimento che preferisci. L’offerta, infatti, spazia dai patiti della discoteca fino alle 6 del mattino al convento benedettino e abbraccia praticamente ogni fascia di età. Chiaramente,  esistono città più vicine a un pubblico supergiovane et spensierato e altre più inclini alla sobrietà montiana, ma in ogni luogo si cerca di soddisfare il più vasto pubblico possibile. A volte ciò porta a curiosi accostamenti: funzioni religiose seguite a breve distanza di tempo e spazio da danze popolari, bande di paese, break dancer. Così si soddisfa sia l’anima che l’animo.

UnaCosa4Altra cosa che si impara ad apprezzare subito è la FAR, la Famosa Accoglienza Romagnola. Se l’Italia fosse popolata da emiliani-romagnoli sarebbe il posto più gentile d’Europa. Il turista non solo è rispettato, ma effettivamente coccolato e in modo da farlo sembrare disinteressato. Magari è stata solo fortuna, ma anche il più piccolo problema il romagnolo, come il migliore dei Mister Wolf, in breve, te lo risolve. La Romagna sarebbe il posto giusto dove disfarsi di un cadavere che ti ha imbrattato i sedili posteriori dell’auto di sangue. Io comunque credo poco alla fortuna. Sono stato troppo tempo in Liguria e in Sicilia per credere alla fortuna.
Il romagnolo è efficiente e tende a pulire tutto. Le strade, le piazze, la sabbia. Sono un po’ svizzeri i romagnoli. O forse perché si adeguano al turismo crucco che apprezza più di noi queste sottigliezze e che, infatti, affolla in massa questi litorali.
UnaCosa2Come Casadei (Raul) comanda.
Un’altra cosa curiosa del posto in cui ero consiste in quel misto di ordine e libertà anche qui un po’ crucco e lontano dai normali parametri italici. Le tavole delle leggi sono poche, qualche cartello in giro giusto a ricordare alcuni principi base di convivenza, ma molto meno che in altri posti (tipo la simpatica Liguria) dove ti elencano anche cosa puoi o non puoi mangiare e quanto rumore in decibel puoi produrre nell’arco di una giornata. E’ sull’esecuzione della legge che si nota maggiormente la differenza. Dal nulla sbucano tizi a ricordarti, sempre gentilmente, che questo o quello non va. Per esempio, non sceglierei la romagna per suicidarmi gettandomi tra i marosi. Verrei ripescato al primo sorso d’acqua dal bagnino fantasma che poi mi farebbe anche la ramanzina per il mio atto scellerato. Se l’Italia fosse popolata da romagnoli il codice civile e penale probabilmente avrebbero la dimensione di un pamphlet, ma questa è un’altra storia. Una storia di mare e terra.
UnaCosa3Sì ma il mare?
Mettiamola così. Dalle ore 7 alle 9,30 del mattino e dalle 18,30 al tramonto il mare è quasi caraibico. Pulito, cristallino, bandiera blu etc. etc. che ti verrebbe voglia di berlo. Nelle altre ore varia a seconda dell’uso e dell’onda da un colore grigio topo alla pozzanghera di fango. Perché il tipo di sabbia e il fondale piuttosto basso per diverse decine di metri fa sì che bastino poche persone o un’onda appena un po’ violenta per intorbidire il tutto. La sabbia non è il mio ideale e ha questa tendenza a seguirti per chilometri anche lontano dalla spiaggia. Si affeziona diciamo. Però è estremamente ludica e Leo, come la maggior parte dei bambini, ne apprezzava la morbida e fuggevole consistenza, nonché il fatto di avere tra le mani un’inesauribile occasione di creazione e distruzione di forme e formine. Si aggiungano conchiglie di ogni fattezza, pesci che ti si infilano tra le gambe, nonché centinaia di granchi facilmente catturabili (io mi rendevo la vita più complessa catturandoli a mano per non ferirli, una sorta di buonismo veltroniano per nulla di esempio per il resto dei bagnanti) per rafforzare la sensazione di stare in un luogo salubre.
Dove poi non domina l’ombrellone, sulla spiaggia è un fiorire di giochini per grandi e piccini, sempre ben tenuti, dalle forme bizzarre e un poco circensi.

UnaCosa6Se quindi il romagnolo ha saputo usare diligentemente la risorsa marina, lo stesso non si può dire di quella terrestre. Nonostante un terreno pianeggiante e facilmente organizzabile lo sviluppo edilizio è in molti casi disordinato e spesso portato all’eccesso. Anche perché a differenza di altre zone d’Italia ricche di ecomostri solo abbozzati il romagnolo, purtroppo, finisce ciò che ha iniziato con l’efficienza crucca già accennata in precedenza. Tra Rimini e Cattolica se ne vedono di ogni. Zone ben curate con case anche pregevoli (Rimini è in diverse parti anche molto bella), ma subito compensate da caserme in stile sovietico a due passi dal mare appiccicate l’una all’altra. Sembra che molte amministrazioni abbiano dato agli architetti la licenza di uccidere. Il paesaggio. Tipo quando dal nulla sorgono tre grattacieli di una bruttezza indescrivibile praticamente appoggiati sul mare pensi al geometra dell’ufficio tecnico del Comune e alla sua nuova piscina. E all’incazzatura di quelli che pochi anni prima avevano la vista mare. Il verde, almeno sulla costa, è piuttosto scarso. Se l’Italia fosse la Romagna sarebbe un unico palazzone. Ben curato, con due piantine per ogni piano e una lunga pista ciclabile a circondarlo. Ma questa, di nuovo, è un’altra storia. E’ una storia con un po’ di finzione.
UnaCosa7
Un giorno, verso il tramonto, sulla battigia semideserta io e Leo incontriamo un bambino di circa 5 anni che ricorda moltissimo Brad Pitt. La somiglianza non era casuale, perché, poco dopo, compare Brad Pitt.
Ci presentiamo, è molto simpatico, ammetto di essere un po’ emozionato, ma subito cala un silenzio imbarazzato. Brad ha lo sguardo fisso verso il mare. Sembra rimuginare qualcosa con l’atteggiamento del Bronzo di Riace.
Non so bene cosa fare o dire e quindi rimango a guardare il mare anche io rimuginando qualcosa nell’atteggiamento del secondo Bronzo.
Dopo un periodo che mi è parsa una mezza eternità Brad sbotta, sempre con lo sguardo fisso verso il mare.
Dai chiedimelo.
No vabbè.
Dai, coraggio. So che vuoi saperlo.
Sì è vero. Brad ma che cazzo ci fai a Misano Adriatico?
Ci faccio quello che ci fai tu. Delle vacanze rilassanti e piacevoli in famiglia lontano dai fastidi quotidiani.
Sì ma tu potresti comprarti un’isola deserta.
Non mi pare il momento di esibire il proprio status e poi la gente di qui mi piace. Sono gentili, premurosi, sembra di stare in crociera senza lo svantaggio del mal di mare e dell’equipaggio vestito da maggiordomo. E poi la città sembra un set cinematografico d’altri tempi. Le case color pastello, gli alberghi sul mare ricordano gli anni ’60 quando tutto sembrava accessibile per tutti. E qui effettivamente la promessa sembra mantenuta.

Quando Brad parla sono pietre che rotolano. Quando uno lo vede sullo schermo pensa: è un bel manzo, ma poi se lo conosci scopri che ha anche un bel cervello. Che invidia. Io sono solo un bel manzo.
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Foto cartolinose by me & Sony Rx100.