Alle porte di Tannhäuser.

Dilemma irrisolto.

– Che cosa è umano? Che cosa ci rende umani?
– Salcazzo.
– Passiamo oltre. Anzi passiamo prima.

Quando avevo circa 9 anni mi punse vaghezza che ciò che affermavano gli adulti avesse un retrogusto di inganno. Il mondo che mi veniva dipinto mi sembrava spesso di convenienza. Ora che sono adulto so che effettivamente è conveniente rimodellare la realtà a proprio piacimento. Spesso le domande che fanno i bambini sono le stesse su cui i filosofi si arrovellano da millenni senza cavarne un ragno dal buco. E allora, caro bambino impertinente perché dovrei cavarlo io il ragno dal fottuto buco? Che poi magari esce incazzato, mi punge e scopro che sicuramente sono un coglione.

Questo retropensiero deve aver giustificato, ad esempio, l’affermazione di mia zia di fronte alla dichiarazione che non sarei più andato a pescare con lo zio quando avevo circa 9 anni. Devo dire che pescare con lo zio sul suo gommone al calar del sole dopo un giorno di mare era molto bello di per sé e aveva il vantaggio, nei giorni fortunati, di conferire un apporto proteico a costo quasi zero.
Ricordo anche che c’era una certa eccitazione nella caccia (che poi la pesca è anch’essa una caccia, ma chiamarla pesca sembra più buona che la caccia), nel cercare di beccare un piccolo pesce in un grande mare. Dimostrare la nostra superiorità attraverso il fatale inganno dell’esca, cosa che ci ha portato nei millenni al vertice della catena alimentare. Tra gli stronzi siamo i più astuti. Fortunatamente, aggiungo.
Tutto ciò però perdeva progressivamente fascino nel momento di tirare il pesce in barca. 
Ciò che in pratica sostengo su questo blog e che alla fine potrebbe essere l’unico pensiero alla base di tutte queste lettere è che la vista è il nostro diletto e cruccio, il senso che tra tutti è il più adorabile e traditore.
Osservavo questi pesci che si dibattevano fino al soffocamento con crescente fastidio. 
Se fossero schiattati con un grande sorriso stampato ora starei a scrivere di figa o alla figa. Invece. Questi stupidi pesci boccheggiavano in modo fastidioso.
Non sarà mica che soffrono?
E pronta arriva l’affermazione della sorella di mia madre.
Mavalà. I pesci non soffrono perché non hanno terminazioni nervose.
Al momento probabilmente me la devo essere anche bevuta.
Ma per poco evidentemente. Mentre il pesce agonizzava in cielo si stagliava un cartello: stronzata, grandissima stronzata.

Per chi incontri nella sua vita anche solo una formica potrà verificare che anche gli insetti non amano finire nel fuoco, essere cosparsi di insetticida o essere mutilati. E’ una cosa che semplicemente non gli va giù. Non apprezzano diciamo. E questo perché banalmente metterebbe a repentaglio la loro sopravvivenza sul pianeta. Con quei loro quattro neuroni riescono a distinguere tra l’esistere e il non esistere molto più lucidamente di me spalmato sul divano davanti alla tivvù in una serata media. Visto che Darwin ci ha spiegato che più o meno siamo tutti parenti è evidente che abbiamo sviluppato una serie di sistemi in comune per sopravvivere. Uno di questi è la percezione del dolore. Grande soluzione per evitare di mangiarsi la propria mano dopo averla lasciata rosolare sul barbecue. Direi elemento base per evitare l’estinzione.
Sgombrato il campo da questa bazza del “non soffrono” ora abbiamo un problema.
Cioè a voler ben vedere il problema l’avremmo avuto anche prima. Se anche avesse avuto ragione mia zia chi ci autorizza a uccidere un altro essere vivente?
Qui la risolvo con lo specismo. Anche se parlare di specismo non è tanto bello. Diciamo allora che qui vige una solidarietà di squadra che mi fa preferire sempre gli umani agli animali. Tra noi e loro sempre noi. Ovviamente, purché si tratti di sopravvivenza non di usare un gatto per giocare a calcio. In questo senso, sarebbe più sensata la sperimentazione animale volta a salvare vite umane che non l’alimentazione, almeno nei paesi in cui ci si può rifornire di proteine senza utilizzare gli animali.
Quindi il problema lo fisserei sul dolore e sul fatto che sono, senza dubbio, esseri senzienti.
Ecco uno di quei ragni nel famoso buco. Perché se soffrono (anche diversamente da come soffriamo noi) abbiamo un problema morale.

Per fortuna gli addetti al marketing hanno capito che la vista gioca un fattore spropositato nell’affrontare i problemi morali. Così all’Esselunga (ma anche al Pam) non si sognano nemmeno di mettere un bovino vivo dietro il bancone della carne e di lasciare al cliente l’incombenza di ucciderlo con una pistolettata in fronte.
Guardi questo vitello come sgambetta. Non è forse freschezza questa? Gli spari qui in mezzo agli occhi. E’ un attimo. Poi si affetti la parte che preferisce la metta sulla bilancia e schiacci il tastino corrispondente per avere l’etichetta col prezzo.
No della freschezza importa poco. L’importante è che la carne non ricordi per nulla l’originario proprietario. Dei bei tocchetti rossi impacchettati in lucidi polistiroli bianchi. Potrebbe essere pongo, das, gomma, mattoni. Da quando i mattoni hanno un’anima?
Se si restituisse un po’ di sana sincerità alla macellazione e al “cliente finale” che ha deciso la sorte del suino senza sporcarsi le mani? Se gli si lasciasse l’incombenza dell’uccisione il prezzo della verza schizzerebbe alle stelle. Oppure i supermarket si riempirebbe di sadici Lecter. Chi lo sa? Forse tutte e due. Eppure un pensiero di riconoscenza dovrebbe essere rivolto a tutti quei boia che uccidono per noi pavidi carnivori smidollati e ipocriti centinaia, migliaia di bovini e polli che poi noi senza problemi ci pappiamo.
Magari sono pure vegetariani, ma bisogna pur campare no?
E molta stima a quei contadini che si allevano i maiali e i polli e poi quando sono pasciuti se li ammazzano, gli tirano il collo, li sventrano, li spellano, li spiumano e forse se li magnano.
Il nostro delicato occhio non può più reggere queste visioni. Per questo al market sotto casa non vi mettono bovini, maiali, polli vivi.

C’è un’eccezione però.
Con i pesci, e si torna all’inizio del discorso, invece si può. Forse perché come diceva mia zia “non soffrono”, forse perché c’è un odio atavico per un antenato troppo lontano, forse perché non parlano, non urlano, ma per i pesci anche al supermaket è concesso assomigliare all’originale. E per alcuni la freschezza è garantita. Come si dimostra qui di seguito.
Visto che l’arte si apprezza con la vista, apprezzatene la sincerità e poi potrete decidere se smettere di mangiare astici per sempre.

 

SPOILER ALERT: SEI UN MORTOZZOMBIE!

ImageAlla ricerca di un senso per World War Z.

Da quando solcano le tele cinematografiche gli zombie hanno sempre rappresentato qualcosa di più di una massa di putrefatti invasati che camminano storti.
Sono stati metafore del pericolo rosso, della rivolta studentesca, ma anche specchio in cui riflettere le nostre pulsioni inconsce etc. etc.

Se World War Z fosse stato girato in Italia la metafora zombesca questa volta sarebbe stata facile facile: i mortozzombie della prima repubblica da una parte e Peppe Pitt dall’altra. Se non fosse che qui pure l’eroe viene morsicato dal virus del potere e diventa più mortozzombie dei mortozzombie. Tragico et disperado final.

Ecco il punto mancante del film o meglio di cui si sente un po’ la mancanza: un qualsiasi sfondo su cui dipingere il cataclisma zombico. Se non una spruzzata di classica visione eco-reazionar-malthusiana con la natura che trova un sistema “stronzo” per contenere quella piaga di nome umanità. E dire che il regista Marc Forster non è che quando si tratta di pipponi sia uno che si tiri indietro (Monster’s Ball, Il cacciatore di aquiloni). Però è anche uno che ama l’azione per il gusto dell’azione. Ok allora azione.

L’inizio effettivamente è scoppiettante. In meno di 3 minuti comincia la festa. Ritmo serrato, belle scene di massa, regia coinvolgente. Ma subito un brivido percorre la mia schiena di spettatore di cazzate ormai rodato. Sarà il film di azione di tipo A, ossia che parte loffio e poi ti riserva il botto alla fine o sarà il film di tipo B che parte col botto e finisce loffio? Per tutto il tempo spero che sia il tipo C. Quello che parte forte e finisce fortissimo, ma, Spoiler Alert, devo tristemente ammettere che è il tipo B.
A un certo punto, circa a metà del guado, si sente una voce che dice: basta scene faraoniche ragazzi! E se poi non rientriamo dai 130 milioni spesi di cui metà per Brad e soci e l’altra metà per dei ladri degli effetti speciali?
– Amico a quanto li fai gli effetti oggi? Cosa? Così tanto? Ok dammene solo 3.

Da quel momento il film si appiattisce sul survival minimalista con riesumazione del solito posto buio da cui emergono i cattivi a fare buh! e dei corridoi della paura monitorati dalla solita isterica che potrebbe benissimo gridare da un momento all’altro “Dallas! Dallas!” come se fosse nel primo Alien.

A ciò si aggiungano varie ridicolaggini di sceneggiatura sparse qui e là tanto per non farci dimenticare che è tutto un barbatrucco filmico oppure che bisognava investire di più in sceneggiatori.

Comunque Brad è ok. Devo dire che sono da sempre un suo estimatore perché nonostante la mascella da fighetto sa dare spessore ai suoi personaggi. Mi ricordo che cominciai ad apprezzarlo all’inizio dei meravigliosi anni ’90 con Intervista col vampiro. Lì il ragazzo già mostrava di saper gestire il personaggio anche più tormentato senza finire nel macchiettismo tipico del suo compagno di allora Tom.
Aggiungo che Tom a parte un paio di interpretazioni in cui funzionava (forse perché faceva se stesso) non l’ho mai amato particolarmente. Infatti, quando vedo un suo film sento sempre una voce dietro che mi dice:
– Pensa come sarebbe stato meglio il film con un altro… Pensaci. Eh!
– Ok ci penso. Adesso però posso continuare a vedere il film peggiorato da Tom?

Brad qui è il Rassicuratore. Si accenna a un suo passato in cui ne ha viste di ogni motivo per cui i mortozzombie gli sembrano routine, senza però entrare nello specifico. Quando a un certo punto sembra vuotare il sacco sul suo passato annuncia addirittura di essere dell’Onu. Qui anche le controfigure sghignazzano in modo eclatante. Come se avesse rivelato di essere cintura nera di danza classica. E’ evidente che manca qualche tassello che ci verrà spiegato nell’inevitabile sequel.

 Comunque è talmente sereno che ti fa venir voglia di averlo come migliore amico nelle situazioni di merda.
– Pront Pitt? Ho la casa circondata da mortozzombie, un tizio con una motosega che mi insegue per il soggiorno e il verme solitario…
– Tranquillo, fingiti malato grave (tecnica per i mortozzombie) e usa una catena per grippare la motosega.
– E per la tenia?
– Droncit. 10 mg per chilo di peso per via orale. Due somministrazioni.

Ecco alla fine il film ti lascia un po’ quel vuoto di senso (o senso di vuoto) tipico di una purga molto forte. Forse era l’effetto desiderato per convincermi a ripetere l’esperienza con il 2 e il 3. Se ripenso però a “28 giorni dopo”, copione simile, ma diretto dal buon vecchio Danny Boyle, non si può che convenire sul luogo comune che i soldi, da soli, non sono sufficienti a dare la felicità.

I sogni dei più piccoli restano i più grandi.

Negli occhi di un indigeno primitivo di un pianeta non meglio specificato si coglie per un lungo istante lo stupore nel vedere un’astronave emergere dall’oceano. Lo sguardo di noi spettatori incrocia il suo e trasforma lo stupore in gioia infantile, come se a sollevare l’astronave ci fosse la mano di un grande bambino che gioca in un proprio universo inventato. Dove tutto può accadere, tutto si può avverare, si può correre, saltare, volare, apparire e scomparire, distruggere e ricreare le cose.
Ma ora scusate devo tornare a far volare l’Enterprise…

Superman ucciso dalla Kindleite.

Queste foto a testimonianza di quanto rimane della Fnac di Milano in via Torino. Sono andato a salutarla prima che chiudesse i battenti dopo circa un decennio. Fino a poco fa ci si preoccupava della sparizione delle piccole e medie librerie per colpa delle grandi catene e centri commerciali. Ora è arrivata la nemesi anche per le grandi catene e, crisi a parte, la ragione sta nella distribuzione digitale che sta cominciando a spazzare via i punti vendita così come li conoscevamo. Un cambiamento così veloce e così pesante non si vedeva dai tempi dell’abbandono delle fabbriche nei contesti urbani i cui resti si vedono ancora oggi nelle famose aree dismesse spesso riconvertite in desolanti centri commerciali. Bisognerà inventarsi qualcosa se non vogliamo che al posto di questi luoghi sia in centro come in periferia non restino dei deserti in stile “Io sono leggenda” e soprattutto che chi ci lavorava non diventi lo zombie di “Io sono leggenda”.
Fnacaddio 1
Fnacaddio 2
Fnacaddio 3

Epic Fail.

Quando il Disastro si fa Arte.

6-isola_giglio_costa_concordia
L’ultima settimana resterà nei nostri occhi come uno di quei momenti così bassi della storia italiana da riuscire ad innalzarsi sopra la mediocrità dei momenti bassi e giungere nella top ten della sfiga italica.
Come tutte le vicende umane l’origine probabilmente parte dalla notte dei tempi, da quando il primo uomo si pestò le dita cercando di accendere un fuoco con due pietruzze e quindi meglio saltare molti passaggi e arrivare all’oggi.
Questo blog non è in grado di cercare le ragioni, nè proverà a svelare i colpevoli perché qui si parla soprattutto di immagini e suoni che colpiscono in primis gli organi preposti, ossia gli occhi e le orecchie per poi propagare gli stimoli a tutto il resto del corpo.
Qui interessa ciò che è più immediato, visivo, uditivo e tattile. Bisogna perciò mettere dei limiti alla nostra narrazione e dei protagonisti.
Il Disastro che abbiamo di fronte ha molti padri e molti figli, ma per forza di cose ci tocca mettere come protagonista il buon Pierluigi. In primis perché questa è la Regola del Comando per cui tutto ciò che accade è colpa tua anche se non l’hai voluta o cercata.
Tipo: non credo che Schettino abbia voluto affondare la Concordia eppure la sua responsabilità è prima che nei comportamenti nel ruolo. Anche in quel caso i corresponsabili sono tanti. Dagli ufficiali che non l’hanno avvertito o impedito, agli amministratori della società che non hanno mai battuto ciglio sul famoso “inchino” e volendo allargare il perimetro potremmo metterci anche i passeggeri che non si sono informati sulla nave e chi la comandava e forse persino tutti noi che non abbiamo vigilato e così via…
Per fortuna c’è la Regola del Comando che evita che la magistratura venga da me ad accusarmi dell’affondamento della Concordia. Sono già ampiamente fuori pista. Virata e metto la prima immagine che trovo significativa di questa storia. Qui ancora non c’era aria di Arte, ma il panneggio era già notevole.
1-StreamingDopo “non aver vinto le elezioni” il nostro Comandante Pierluigi, che pure io avevo sostenuto alle primarie per mancanza di alternative e anche perché mi sembrava una persona saggia, invece di cedere il timone ad altri ha perseguito un’idea che sembrava in assonanza con le indicazioni giunte dalle urne. Un governo di cambiamento che non poteva non includere i 5 stelle. Purtroppo per tutti noi, invece di fare un’offerta che non si poteva rifiutare ha deciso di portare in dote solo il suo corpo ignudo a un paio di improvvisati lupi travestiti da cretini. Anche fossero stati dei cretini travestiti da lupi non si poteva resistere all’istinto e a tutti noi è toccato assistere al banchetto come nel più classico dei documentari del National Geographic con la gazzella di turno sbranata dal predatore di turno. E anche se la cosa ti fa impressione, un po’ ti piace. Un po’ ti senti gazzella e un po’ predatore, ma alla fine, almeno io, più predatore. Perché un conto è mangiare l’erba e un conto inseguire un essere cornuto e veloce da cui dipende la sopravvivenza.
2-ieneCon una transizione da nero abbastanza lunga durante la quale ci siamo pure dovuti sorbire 10 saggi che hanno scoperto addirittura la differenza tra l’acqua calda e fredda, il nostro Capitano di vascello, senza consultare in primis la sua ciurma, alla prima votazione per le elezioni del Presidente della Repubblica tira fuori il nome di Marini. Anzi a tirarlo fuori dal mazzo lascia che sia l’amico ritrovato Silvio, già richiamato dall’oltretomba con il brillante risultato elettorale. Evidentemente, il subcomandante non ha preso bene il banchetto ad opera dei cretini sopra citati e con la saggezza che proviene dall’esperienza ha deciso di farsi e farci pappare dal Buon Vecchio Stronzo Certificato. A suggellare questa arguta idea e senza alcun rispetto per lo stomaco degli elettori fin qui sopravvissuti ha concesso ai nostri occhi spalancati e attoniti questo meraviglioso frame.
633110 IL PARLAMENTO SI RIUNISCE IN SEDUTA COMUNE PER L'ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICAQui c’è l’amore che scatta tra i naufraghi assediati dall’oceano in tempesta. Come in “Cast away” il nostro Pigi ha trovato in un pallone semisgonfio l’interlocutore privilegiato. Qui il tratto è da maestro. Non siamo al capolavoro compiuto, ma ci sono tutti gli indizi di un grande artista.
Ovviamente, è tutto così drammaticamente vero che i fan del nostro Condottiero non ci credono e su internet circolano teorie di raffinate strategie ordite dal Nostro che poi come in un film di Hitchcock solo alla fine verranno rivelate allo stolido pubblico che non è in grado di capire un Disegno così Intelligente. Tra i babbei che proprio non ci arrivano c’è mezzo PD e direi la stragrande maggioranza degli elettori, quelli almeno che non hanno il culatello al posto della retina. La differenza con Cast away sta nel fatto che a salvarsi qui è solo il pallone sgonfiato.
4-cast-awayMancano ancora due pennellate per firmare un Epic Fail da libri di storia e il nostro Conducator ha capito ormai come si fa. Si porta la situazione allo psicodramma cambiando nuovamente rotta senza avvertire la sala macchine. Così si decide di sacrificare per il bene dell’Arte anche il padre storico di un partito maldigerito da sempre da una parte ultraconservatrice e inciuciona e, aggiungo, forse, non del tutto estranea a fatti penalmente rilevanti.
Così in barba al fatto che manco con tutti i voti del PD sarebbe passato Prodi perché Scelta Civica e 5stelle dichiarano apertamente di non votarlo, il Grande Timoniere accelera verso lo sgozzamento del vitello grasso.
fungo-atomico1Nei cartoni giapponesi ora ci sarebbe un fungo atomico che riporta al timore della guerra nucleare.
Un’immagine incredibilmente e terribilmente affascinante. Un fungo luminoso che si innalza per centinaia di metri che distrugge e purifica tutto.
Da noi l’era nucleare è, per banali questioni anagrafiche, rappresentata da Napolitano.
Piuttosto che scegliere uno dei tuoi che poteva farcela come Rodotà il nostro Working Class Hero corre in ginocchio dal vecchio che avanza e poi, per chiudere in bellezza, si lascia esplodere in mezzo alla folla come un ceceno qualunque.
5-bersani-lacrimeNon sappiamo se qui pianga per la tensione derivante dalla fatica che un tale compito ha comportato, se per la presa di coscienza o per la gioia di aver fatto qualcosa che nessuno prima di lui era riuscito a compiere. In sintesi: disintegrare l’ultimo partito della sinistra e resuscitare un giaguaro ormai imbalsamato come manco Stephen King avrebbe saputo inventarsi (lettura consigliata: Pet Cemetery).

Il Disastro ora che è riconoscibile da tutti può chiamarsi Arte.
La satira ormai lo celebra come l’Attila della sinistra, ma per fortuna resistono gruppi di idolatri che con la fede che è propria delle religioni minori tiene viva l’immagine del proprio beniamino come il nuovo Che ucciso in un’imboscata nelle infide foreste boliviane.
Anche questa è arte. Arte sacra.

arte-sacra

O Zeus, sculacciami ancora!

Prove di individualismo renziano.

Cari dèi dell’Olimpo,

ho notato da un certo tempo che vi divertite a fulminare tutti i miei eroi. Faccio solo due o tre esempi. Due anni fa pensavo in tutta sincerità che Boeri fosse il miglior candidato sindaco per Milano. Sembrava più moderno, più aperto all’Europa e bla bla. Ci ho fatto pure gli spot.
Zot! Fulminato alle primarie.
Zot! Zot! Rifulminato anche come assessore alla cultura.
Ora voi dèi siete sicuramente saggissimi e, infatti, nel caso appena esposto, mi avete aperto gli occhi sul fatto che l’ottimo architetto sarà stato anche ottimo come architetto (boh), ma a livello politico era più deleterio delle locuste per i raccolti di grano.

Nel 2011 Monti sembrava il salvatore della patria. All’inizio del suo mandato, ero pure entusiasta della sua esistenza. Pensavo in un vostro segno. Divino per l’appunto.
Zot!
Ora si aggira balbettante con aria smarrita per il parlamento, come uno che è rimasto attaccato alla corrente nel tentativo, non riuscito, di cambiare una lampadina. Completamente fulminato.

Poi è arrivato il turno di Bersani.
L’ho sostenuto, lo ammetto, con un po’ di maldipancia, alle primarie. E stavolta lo avete fatto passare. Ho gioito un poco. Ci avevo fatto pure gli spot.
Zot! Incenerito alle secondarie.
Ora, ve lo concedo, c’erano molte e valide ragioni per fulminare il Bersa. Non sto qui neanche a farne l’elenco. Ma c’era forse di meglio sulla piazza il 25 febbraio scorso?

Saggerrimi, qui mi sorge un piccolo sospetto di gomblotto contro la mia persona. Non è che vi state anche un po’ prendendo gioco della mia persona? Dove sta tutta questa intelligenza nel vostro disegno? Non è che qui si sculaccia per il gusto del suono che fa la pacca sulle natiche?
In ogni caso, vi avverto che i miei prossimi endorsement prevedono nell’ordine:

1 – Matteo Renzi quale miglior candidato per una sinistra rinnovata, moderna, liberale.
2 – Silvio B. quale miglior candidato di una destra tenace, vincente, liberale.
3 – Peppe Grillo quale Il Migliore in assoluto, perché Peppe è il Bene e gli altri sono il Male.

Li sosterrò tutti e tre convintamente e con Sommo Entusiasmo. Voi dèi però non mi deludete. Sculacciatemi ancora!

Pollon10

La guerra dei mondi.

Messaggio non promozionale.

Tra le svariate previsioni che mi vanto di aver toppato c’è anche quella fatta sul libro digitale (lista di previsioni mancate coming soon).
Quando siamo stati travolti dal treno del “codice binario” pensavo che i libri sarebbero stati tra i primi a perdere la loro atomica pesantezza dato che trasformare le lettere in bit sembrava una cosa semplice e quasi naturale. Del resto i PC, almeno all’inizio, servivano soprattutto per scrivere e archiviare dati un tempo solo cartacei. E invece, si è digitalizzato di tutto, dai giochi da tavolo alla musica, ai film, alle fotografie. Tutte cose piuttosto complicate con grandi quantità di dati da gestire (quando si dice che un’immagine vale mille parole in realtà si calcola per difetto: un’immagine in bit vale qualche milione se non miliardo di parole). Servivano (e servono) strumenti con una potenza di elaborazione piuttosto elevata per scattare una foto digitale, per giocare a un videogioco o semplicemente vedersi un film ridotto in polvere di bit. E infatti le prime macchine fotografiche digitali costavano delle cifre ridicolmente alte per la qualità che restituivano, per non parlare dei primi lettori dvd etc. etc.
Nonostante fosse più facile i libri hanno cominciato ad essere disintegrati solo recentemente. Forse per distrazione, forse per rispetto, chissà. Oggi è arrivato anche il loro turno e i lettori di ebook sono in rapida diffusione. Ne ho uno anche io sul comodino di fianco a un paio di libri cartacei. La cosa che mi fa abbastanza impressione è che sul lettore di libri digitali ho “caricato” solo un’ottantina di libri degli oltre 1000 che la sua memoria, neanche molto ampia, potrebbe contenere. A volte penso che se quegli 80 libri si materializzassero tutti insieme il comodino schianterebbe sotto il peso della buona vecchia carta. Puff… Crash!
Poi ci si abitua. Nessuno più fa caso al fatto che ci si porta in tasca l’intera discografia di un centinaio di cantanti o che in un hard disk ci sta l’equivalente di una libreria di DVD/Blu Ray.
Confesso che il mio amore per il libro atomico mi è recentemente assai calato. L’ultimo trasloco non l’ha aiutato a farsi voler bene. Scatole su scatole di libri pesantissimi, polverosi, per lo più tenuti per ricordo, già letti o che mai rileggerò. Buttarli? Non si può. Ti fa sentire un po’ un nazista. Allora teniamo tutto. Compriamo librerie. Diamo un senso all’esistenza dell’Ikea per mettere quei regali di Natale che nessuno ha mai desiderato. Facciamo girare l’economia…

Sì ma funziona? In cosa è meglio o peggio il lettore di dati rispetto all’atomo?
Senza entrare in una recensione che farebbe di questo blog l’ennesimo archivio tecno-nerd a rapido invecchiamento butto giù dei pro e contro a casaccio.
Il tutto si riferisce in particolare a un Kindle Paperwhite. Forse esiste anche di meglio del Kindle, ma direi che i punti valgono un po’ per tutti.

Pro.
– Fa il sostituto del libro. Punto. Mi piacciono le cose monotematiche. Come la canzone mononota.
– Si legge come e, a volte, meglio della carta. L’inchiostro elettronico è semplicemente figo. Con questo modello si può leggere di notte senza lacrimare sangue come una madonnina. I caratteri sono ridimensionabili a piacere. Provate a farlo con un libro del secolo scorso.
– L’ignoranza non è più un dramma. Quando si incrocia una parola sconosciuta si può scoprirne il significato accedendo facilmente ai dizionari in italiano, inglese e tedesco.
– Misure e forme giuste. Come una ragazza che sta tra la cavallona e la minuta. Ben proporzionato per essere tenuto con una sola mano. Peso sufficiente a non sembrare un cartonato, ma sempre un terzo di guerra e pace.
– Per chi viaggia è semplicemente il top (detto alla Briatore). Perfetto anche per stare in piedi sulla metro di Milano.
– Buona autonomia. Magari non saranno le 8 settimane dichiarate, ma non c’è la crisi d’astinenza da presa usb che si riscontra in molti possessori di smartphone.
– Quando si appisola esce un “salvaschermo” sciccoso.

Contro.
– Il ridicolo software “sperimentale” di pagine web ti ricorda che sa fare bene solo il sostituto del libro.
- Se cade ci sono buone probabilità che si rompa. Ha una fattezza robusta, ma il piacere di addormentarsi con il libro in mano si può pagare caro. A me è già caduto dal letto 3 volte ed è ancora intero, ma da questo punto di vista la carta è imbattibile.
– La navigazione touch è implementata un po’ – attenti al tecnicismo – a cazzo. A volte si rimpiangono i buoni vecchi tastini del modello meno cool. Ma qualche designer ha deciso che i tastini non sono abbastanza trend e bisogna toccare il fottuto schermo per qualsiasi cosa come quando da ragazzi si stropicciavano le riviste porno. Girare pagina, evidenziare le parole, navigare tra i libri spesso richiede un’abilità da videogiocatore professionista. Quelli che campano giocando alla playstation per intenderci. Migliorabile.
– A differenza della carta dove l’input energetico serve solo alla sua creazione, qui se domani finisce il petrolio finisce anche la nostra cultura. A pensarci bene forse non è poi un contro. Sicuramente un contro è però l’idea che quando la batteria smetterà di ricaricarsi in modo efficiente si dovrà gettare il tutto nella spazzatura. Certo probabilmente la cosa accadrà tra diversi anni, però il cartaceo non ha questo problema.
– Non te lo regalano. 130 euros con zero libri. Che costano però mediamente meno che nella versione cellulotica. Anzi. A volte si trovano pure aggratis. Sempre per questo motivo è poco conveniente usarlo come corpo contundente. Tipo: se litigate con la vostra ragazza che fate? Le tirate dietro un ebook reader che andrebbe a frantumarsi contro il primo muro? Meglio una buona pila di libri
 che alla peggio si sgualciscono.
– Finisce l’idea di regalare libri? Forse. Anche se mi aspetto che a breve escano delle confezioni capaci di veicolare i libri digitali più o meno come i vecchi libri (che so stampare solo la copertina e inserire un codice con cui accedere alla versione digitale). Anche questo potrebbe essere un pro.
– Il meccanismo di prestito digitale è barocco e induce alla criminalità invogliando a scardinare le restrizioni. Tra l’altro facilmente eliminabili.
– Non è adatto per riviste, fumetti, etc, ma credo che in tempi rapidi sapranno rimediare a questi limiti (volendo ci sono già, ma gli iPad etc. sono altra cosa, sono dei piccoli PC non dei semplici lettori).

Complessivamente quindi funziona e anche bene. Troppo bene forse. Dà lo stesso senso di vertiginosa potenza che ti fa pensare che sia una strada a senso unico con forte pendenza. Ma mentre per la fotografia o il cinema il cambiamento era facile da assorbire perché si è trattato solo di un cambio di supporto qui l’impatto potrebbe essere molto più pesante. La sparizione della forma atomica libererà molto spazio non solo nelle nostre case, ma anche nelle città. Il meccanismo distributivo che si sta affermando non vede più la necessità delle librerie. O molto meno. Infatti, molte stanno chiudendo o si stanno trasferendo in periferia dove i costi sono minori. Non è solo un problema legato ai libri. Quasi tutto a breve potrà essere acquistato e distribuito tramite internet. Le nostre città potrebbero divenire dei deserti o solo villaggi di residenti percorsi da qualche corriere espresso. A Milano i cinema sono già quasi del tutto scomparsi. Le librerie stanno seguendo a ruota. Il centro città è ormai solo un ammasso di negozi di moda visibilmente in perdita. Ma anche i centri commerciali avranno vita abbastanza breve. Cosa ci metteremo al loro posto? E’ una bella sfida culturale e politica. Ah ecco la politica.
E soprattutto come rimpiazzeremo le migliaia di posti di lavoro che vengono distrutti insieme ai prodotti finiti? Cosa faranno i dipendenti delle cartiere, delle librerie, dei cinematografi, delle catene dell’elettronica, e a breve dei negozi di scarpe, di abbigliamento etc. etc? Andranno tutti nei call center a vendere altra fibra ottica? Forti assunzioni alla United Parcel Service…

Ecco la guerra dei mondi è arrivata al suo apice. Si compra un lettore di libri digitali e inconsapevolmente si partecipa a una guerra planetaria con morti e feriti. Con la differenza rispetto al romanzo di H.G.Wells che questa volta nessun virus verrà a salvarci. Al massimo ci incasinerà la posta elettronica.

Più oculisti, meno analisti.

Flashback n. 1.
Era novembre dello scorso orribile anno e dentro un bar con un paio di amici sostenevo la seguente tesi: fare le primarie è stata una cazzata di Bersani. Se vince Renzi si snatura il partito, con alto rischio di scissione e frantumazione alle elezioni (col senno di oggi potremmo avere Ingroia-Sel insieme in Parlamento con più del 4% grazie a Renzi candidato premier). Se vince Bersani  daremo comunque l’idea di un partito che candida il vecchio e che non si rinnova. Proponevo a Bersani di lasciare spazio a un nuovo tipo Zingaretti o giù di lì e fine della menata delle primarie.
Risposta: mavalà. Le primarie sono un ottimo sistema di propaganda. Fanno parlare di noi. Ci danno la spinta…

Flashback n. 2.
Circa 15 giorni fa, quando si ragionava ancora su sondaggi rivelatisi poi farlocchi si parlava di un Monti e un Peppe intorno al 15% ciascuno. Anzi in alcuni sondaggi Monti era sopra Peppe di qualche punto. Così per divertirmi provavo a fare degli scenari al Senato ipotizzando che non ce l’avremmo fatta ad avere lì la maggioranza. Pensavo, così per ridere, che sarebbe stato bello se Bersani avesse spiazzato tutti unendosi a Grillo invece che a Monti con tanti saluti a Casini e soci…

L’oculista.

Vorrei evitare lo stillicidio di esempi di errori che il PD ha fatto e che abbiamo per anni avallato nel nome del “siamo comunque la migliore offerta politica sul mercato”. Sicuramente molti di questi errori hanno contribuito a perdere i 3 milioni e mezzo di voti rispetto al 2008, ma mi interessa di più cercare di ricordare l’ultimo mese di campagna elettorale perché credo che la partita si sia giocata soprattutto lì ed è stata una partita giocata sulle immagini. Quelle prodotte, evocate e proiettate. Quindi qualcosa che ha a che fare con me.

Un po’ di cose mi hanno colpito nella campagna elettorale di Peppe.
Il popolo nelle piazze. Non sono mai stato a un suo comizio, ma le immagini trasmesse dalla tv sicuramente riportavano un dato numerico importante. Soprattutto era ciò che non c’era a colpirmi. Non c’erano, ad esempio, le bandiere. Molto poche, quasi nessuna a Roma e a Milano. Di solito i comizi sono sempre un tripudio di bandiere. Qui solo gente. Anzi laggente. Può voler dire che non avevano i soldi per le bandiere, ma può voler dire che il pubblico a cui si rivolgeva Peppe non era ancora bandierizzato. Quindi ancora un campo nuovo tutto da arare, tutto da convincere. I ritrovi di piazza sono normalmente ad uso dei già convinti dei già sostenitori. Servono soprattutto per le tv e per galvanizzare i propri. Quasi mai servono a fare nuovi proseliti. Da Peppe (ristorante sempre pieno) invece, sicuramente complice la novità, i raduni sono serviti a conquistare fette di elettorato nuovo e disarmato di ogni gadget. Potremmo dire un giorno, nel momento in cui vedessimo un raduno di Peppe superbandierizzato, che la crescita del suo movimento è già arrivata all’apice.

Anche le immagini evocate nei comizi sono state diverse. Se nel PD ha prevalso la metafora (dai felini albini in giù) e la rassicurazione quasi narcotica (tipico da: abbiamo ottimi sondaggi non facciamo danni), nei comizi di Peppe ha prevalso la narrativa. Divisa in due parti: una con toni negativi che parlava dello stato della società italiana. Al netto delle invettive contro questo e quello, raccontava un’Italia di aziende che chiudono, di strade deserte, di trasformazioni drammatiche che mettono paura. Da uomo di spettacolo ha utilizzato efficaci esempi facilmente visualizzabili. Tipo quando ha parlato di un cinese che lo ha abbracciato. Ha detto solo: ho incontrato un cinese che mi ha abbracciato. Pausa. Risatina.
Tutti hanno visto il cinese che lo abbracciava nella mente. Anche io. L’immagine era potentemente ovvia. Anche i cinesi che oggi consideriamo (a torto) ricchi, in Italia sono alle pezze. Risata amara generale. La narrativa però si chiudeva sempre con la promessa di tempi migliori attraverso questo o quel provvedimento etc. etc. 
Lasciamo per un attimo perdere il contenuto e la fattibilità delle proposte (l’altro comico Silvio aveva promesso 500 e io prometto 1000). E’ stato tutto un lavoro sulla vista, mentre il PD ha lavorato solo un po’ sull’udito. Al ristorante da Peppe, si è cucinato anche un bel po’ d’odio per la famosa Kasta. L’odio inteso come vendetta, la vendetta dei giustizieri che vi fanno arrendere con le mani in alto. Altra immagine forte.

Nel PD è mancata la narrazione del presente (per non turbarci forse?) e una promessa per il futuro (per non illuderci forse?). Totale: nessuna immagine a cui aggrapparsi se non quella ormai fastidiosa di D’Alema che dalla Gruber sparava le sue perle. Il problema di D’Alema, ad esempio, non è quello che dice. A volte dice anche delle cose ragionevoli se trovi la forza per ascoltarlo. Il problema è la faccia, è l’immagine da insopportabile sbruffone che in buona parte ha fregato anche Renzi che non è riuscito nemmeno a convincere i suoi, cioè me, per esempio. C’è molto da lavorare sulle immagini qui dalle nostre parti. Sia quelle evocate che quelle proiettate.

Ora arriva il turno dell’analista. Anche lui avrebbe bisogno dell’oculista perché ci ha preso poco. Ma più di lui l’impietoso cameraman.

Finire è un po’ poetare. O viceversa.

Prologo.
Stamattina ho insultato il mio gatto. Mentre gettavo nell’umido gli abbondanti resti del suo cibo maleodorante snobbato per due giorni, gli ho fatto notare quanto fosse il simbolo di un occidente in decadenza, grasso, pingue, vecchio perché longevo. A ramanzina fatta, gli ho dato dell’altro cibo nuovo perché lo possa snobbare per altri 2 giorni.
E’ il bello dell’occidente decadente di cui faccio parte in modo totalmente integrato.

Guardando nello specchio retrovisore della mia vita posso affermare con una certa dose di verità di non essere uno con uno spiccato senso del dovere. Un po’ dovrei rammaricarmene. Forse con una dose maggiore di questo senso (il sesto, il settimo?) avrei fatto più cose nella vita. O almeno più velocemente.
Non sono sicuro che ne avrei fatte di più belle. Il senso del dovere è anche un ottimo modo per non godersela. Qualcuno potrebbe obiettare che invece serve a godersela di più, ma dato che il goduriometro è soggettivo non sapremo mai la verità, fosse anche la terzultima delle verità.

Tuttavia, qualcosa ho imparato in questi 40 e cocci anni di permanenza terrestre. Tra le cose più significative ci metto:

aprire il cartone del latte praticando un piccolo foro per farlo durare di più;
non comprare la prima versione di qualunque oggetto tecnologico;
aggiustare la scatola del water specie se questa si rompe di Domenica e chiamare l’idraulico ti costa più di un viaggio oltre la troposfera;
fare allacciare le cinture ai passeggeri dietro (tipicamente bersaniano);
finire le cose che si sono iniziate.

Quest’ultima cosa, il finire le cose iniziate è un po’ una new entry. Ci avrà più o meno una dozzina di anni e non so bene quando mi sia scattata. Cioè non so il giorno in cui ho detto “da oggi finisci tutto ciò che hai iniziato”. Che detta così sembra una talebanata, ma è la migliore talebanata che mi sia venuta. Doveva essere un giorno dei tanti che stavo passando da studente universitario fuoricorso. Di giurisprudenza per di più che è quasi un modo di dire. Ah sei di giurisprudenza? Fuoricorso ovviamente? Ovviamente.
Già mi vedevo scivolare verso il topos successivo: quello di chi ha fatto giurisprudenza senza mai finirla. Magari a due esami dalla laurea. E’ pieno di celebrità nel settore e forse non finirla mi avrebbe reso più ricco e famoso. Io invece quel famoso giorno sconosciuto ho deciso di finirla, quella futile esperienza formativa. E non perché mi immaginassi di fare chissà che cosa con il famoso pezzo di carta. Che tra l’altro è ancora in un tubo azzurro arrotolato con la sua bella plastichina protettiva (più bersaniano di così si muore). Era il gusto di finirla per dire: ecco l’ho finita. La soddisfazione che dura giusto un nanosecondo e poi muore di aver fatto fino in fondo una cosa. Non è il fine che interessa è la capacità di finire il fine stesso. Così è accaduto che quando avevo già capito che mai avrei fatto l’avvocato ho deciso di fare lo stesso l’esamone di abilitazione. Con l’interesse pari a zero per il dopo sono pure passato al primo colpo sul campo molto ostico di Milano. Forse perché si vedeva che non me ne importava una cicca e non avrei portato squilibrio nella Forza. In ogni caso ero, diciamolo, piuttosto fiero di me. E questa idea che potevo finire le cose e non lasciarle nell’eterno limbo mi ha dato una certa sicurezza del fatto che molte altre cose si sarebbero potute iniziare e finire. Nel campo che coltivo da qualche anno, cioè il filmmaker (che suona meno pretenzioso di regista), l’iniziare e finire le cose è l’essenza stessa della professione e distingue in maniera netta chi solo dice da chi anche fa. E di persone che solo dicono ce n’è a iosa e fanno parte degli ostacoli che si pongono di fronte al terminare le cose. Per questo sono sempre molto rispettoso di chi invece riesce a portare a termine un film. Fosse anche una vaccata spaziale, gli va riconosciuto lo sforzo, notevole, di essere arrivato ai titoli di coda.

Questa talebanata di finire le cose può portarti anche all’esasperazione. Perché spesso gli astri remano contro. Spesso le energie non bastano. E ancora più spesso i calcoli sono semplicemente sbagliati. Le cose filmiche hanno la tendenza a incasinarsi, a procrastinarsi, a prendere i binari più morti del reame. C’è poi anche un’altro aspetto che forse ha contribuito a farmi piacere questa idea del finire e ha a che fare con il tema a me caro della Fine. Le opere dell’ingegno condividono in qualche modo con gli essere viventi il fatto che solo quando sono compiute possono dare spazio ad altro. A nuove opere voglio dire. Finché non è compiuta rimane ad occupare lo spazio mentale, la scrivania, il tempo. Ma quando è finita è presente e morta allo stesso tempo, lasciando spazio per nuove direzioni, nuove opere. Quando finisce qualcosa ne può finalmente iniziare un’altra perché per il creatore il passato non conta. L’essenza del poeta, ossia di chi fa, potrebbe essere: il futuro passa dalla fine.