L’onnivoro dubbioso – parte seconda: i simulacri (di P. K. Dick?).

Sono abbastanza fiero di me. Sono già più due mesi che non acquisto carne per mio consumo. Come già spiegavo nella puntata precedente, non pretendo di non toccare del tutto la carne. Se me la offrono e altrimenti andrebbe sprecata la mangio. Anche perché nonostante l’astinenza continua a piacermi assai. Anzi forse l’astinenza me la fa piacere ancora di più. L’altra sera sono stato a una cena a seguito di un matrimonio. Un banco di prova durissimo a cui ho ceduto praticamente subito. L’attacco degli affettati dop è stato travolgente. Li ho gustati con un leggero senso di colpa. Giusto un filo. Del resto non mangiarli non avrebbe risparmiato la vita a nessuna Peppa Pig. A parte questa trasgressione non ho registrato altri cedimenti, ma la mia fede ha fortemente vacillato quando sono finito davanti al tristissimo banco “vegetariano” dell’Esselunga e ho incontrato questo:
ImageQuesto simulacro di hamburger non ha fatto altro che alimentare la mia voglia, in genere scarsa, di un hamburger vero, vivo, pulsante. Sarà la grafica, sarà il logo, sarà che non si può sopportare di leggere l’accostamento delle parole hamburger e soia… E’ come pensare a un gelato gusto vongola. E’ contronatura. E’ come mettere una famiglia gay in uno spot Barilla. E’ peccato. Sacrilegio!
Calma. Devi pensare a qualcosa di bello. Di rilassante. Alla mucca che stai salvando. Ecco. Sì. La mucca mi sarà grata. Se fosse qui mi darebbe una leccata con quella sua bella lingua rasposa, quei suoi occhi teneri, quello stinco sensuale… No lo stinco no! Non pensare allo stinco!
Fade out.
Fade in.
E’ il momento della verità. Alla fine ho preso proprio la versione “indiana” sperando che la spezia coprisse il più possibile il sapore e l’idea stessa della soia che a me ha sempre fatto @agar@. Fuori dal cartone devo superare un’altra barriera di plastica abbastanza spessa prima di arrivare al disco simulatore della carne la cui consistenza è pressoché identica a quella della suola gommosa delle Clark. Anche se la confezione promette la possibilità di non usare condimento io abbondo con l’olio sul fondo pentola. Si fottano le 166 calorie. Intanto, ho preparato un piatto di pomodorini, lattughino, senape e tabasco per occultare ulteriormente il sapore. In caso di emergenza tengo a portata di mano lo scopino del cesso con cui togliermi il saporaccio dalla lingua.
Impiatto con la dovizia di un Master Chef un medaglione dorato coperto di formaggio e poi    mi accingo all’assaggio. Chiudo gli occhi e mastico…
Mi sfugge sempre di più la ragione di chiamarlo hamburger, ma tutto sommato non è male. E’ una cosa discretamente gradevole. Non mi spingo oltre nel lodarlo. Non so se riuscirà a placare il mio desiderio di carne, ma il suo compito alimentare l’ha svolto egregiamente.
Tutto sommato soddisfatto vado a fare una donazione con la mia PayPal alla ricerca per la carne sintetica da cellule staminali.
L’ora del fallimento è sempre più vicina.

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Non sapendo né leggere né scrivere ho scritto un libro.

E’ molto probabile che al giorno d’oggi esistano più scrittori che lettori e che il numero di opere letterarie pubblicate ogni anno sulla terra superi i suoi pur numerosi abitanti. Se ciò fosse vero ogni libro avrebbe meno di un lettore. Zero virgola qualcosa lettori a libro. Per i pochi lettori rimasti quindi l’uscita di un nuovo libro non comporta certo un evento. Per chi invece lo fa invece è un piccolo parto. Alla fine, buon ultimo, ci sono arriva anch’io. Così come, a un certo punto della vita, è diventato più interessante e divertente farli i film che guardarli così mi è capitato anche con lo scrivere un ebook. Per la fortuna dello zerovirgolalettore non si tratta di una biografia né di un romanzo, ma di una raccolta di sceneggiature di cortometraggi selezionate tra le tante che ho scritto da quando mi sono messo a fare il filmmaker (e forse anche qualche minuto prima).
Infatti, il titolo pirandelliano “Sei cortometraggi in cerca di produttore” dice già tutto. Con la precisazione che il produttore che si cerca è coincidente con il lettore giacché ogni euro ricavato dalla sua diffusione sarà destinato alla produzione di uno dei sei cortometraggi. Così, in una sorta di cortocircuito mediatico, il libro assolve a due funzioni: quello di raccontare per iscritto, ma anche, un giorno, quello di raccontare per immagini.

Il libro verrà rilasciato gratuitamente il 20 settembre sulla pagina:
www.alexthecat/seicortometraggi

Nel mentre, visto che mi spaccio per filmmaker, il minimo da farsi era un book trailer. Buona lettura e poi, magari un giorno, buona visione.

L’onnivoro dubbioso. Parte prima.

Dilemma parzialmente e provvisoriamente risolto.

Premessa.
Io amo la carne in quanto cibo. Non lo considero il mio piatto preferito, ma mi piace. A parte le frattaglie, la cervella, il fegato e la lingua, del bovino, del suino e del pollo mi piace tutto. Mi piacciono anche i conigli, i cinghiali, i cervi, il montone, l’agnello e la pecora. Oltre a praticamente tutti i pesci. Della carne mi piace forse anche più del sapore l’aspetto conviviale. Tipo la grigliata di ferragosto, l’asado, la fiorentina, i salumi nei panini al latte delle feste, la salamella bisunta stile festa dell’Unità. La condivisione di questo tipo di cibo sembra quasi un ultimo omaggio all’animale. Una specie di funerale festoso con cui lo si ringrazia per averci fornito i suoi sapori. In una puntata dei Simpsons Homer prendeva in giro sua figlia, di stretta fede vegetariana, cantandogli “niente amici con l’insalata”. Cosa probabilmente più vera negli States visto il loro consumo smodato di carne.
Il fatto è che tutte queste prelibatezze derivino da animali morti e che questi, come già illustrato in un post precedente, siano senzienti mi ha però sempre un po’ turbato.
Ma prima ancora della morte dell’animale il problema è la sua vita. Perché le condizioni in cui teniamo il nostro cibo da vivo è così drammatico che ucciderle mi pare un atto di pietà.
Non mi sento per questo un animalista. Anzi io tendenzialmente gli animalisti non li posso soffrire. Buona parte di loro sono dei protonazisti che dietro l’amore folle per le bestie nascondono una carica d’odio per l’umanità. Tipo quelli che su facebook invocano la pena di morte per chi abbandona i cani. E sono pure favorevole alla sperimentazione animale se serve a salvare degli umani.

Penso solamente che allevare e mangiare animali in questo modo non sia giusto. 
Non la farò lunga perché la letteratura sul tema è ampia e piuttosto cospicua anche la produzione filmica. Oggi ci sono sufficienti fonti documentali facilmente accessibili per convincersi a mangiare meno carne o a non mangiarne affatto. Ma anche senza questo supporto, se ci sto a pensare un attimo, ci sono un migliaio di buone ragioni per smettere di mangiare gli animali e solo una per continuare: mi piace. Fino al 2 agosto scorso quell’unica ragione ha vinto su tutte le altre molto più valide per smettere. Dal 2 agosto scorso ho deciso di provare a diventare un po’ meno onnivoro e di cominciare ad escludere l’acquisto di carni rosse e bianche. Non mi posso definire vegetariano perché non ho escluso il pesce (l’astice però è salvo), ma neanche la carne “occasionale” nel senso che non mi opporrò a cene o inviti a mangiare carne acquistata da altri. Cioè cercherò di evitare, avvertendo quando possibile, ma non farò il talebano in tal senso, anche perché penso che se lo facessi durerei ancora meno in questa scelta di quanto penso di durare. Terrò dei brevi aggiornamenti sul progresso della decisione, ma se fossi un bookmaker non scommetterei su di me. Sento che non durerò molto in questo buon proposito e che il mio karma tornerà ben presto in negativo. L’ho capito quando il giorno dopo la mia decisione ho quasi pianto di fronte al melone privato del prosciutto. Questo quindi sarà probabilmente il diario di un clamoroso insuccesso. Spero solo che la carne sintetica arrivi molto presto. Ho già sentito che è stato provato in Inghilterra un hamburger di carne ricavata da staminali. Ragazzi scienziati so che potete farcela, io sarò il vostro primo acquirente.
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Una cosa divertente che mi toccherà rifare.*

*Reinterpretazione del titolo di un libro di D.F.Wallace che racconta la sua esperienza in crociera “Una cosa divertente che non farò mai più”.

Il termine “riminesco” in alcune regioni della mia famiglia ha da sempre una connotazione negativa. Per alcuni miei parenti è sinonimo di scomposto affollamento di umani, chiasso molesto, sabbia che tediosamente ti si infila tra le mutande, casino. E’ un termine tipicamente usato in quegli ambienti un po’ snob tipici della sinistra chic che tanto danno hanno recato al paese non venendo capiti dalla massa di elettori che li hanno sempre, a loro volta, snobbati. E’ quell’atteggiamento che ha fatto sì che da ragazzo abbia passato le mie estati tra boschi liguri e isole sperdute del mediterraneo. Entrambi paesaggisticamente encomiabili e pochissimo rimineschi, ma con un impatto del tutto tragico sulla mia vita sociale e conseguentemente sessuale.
Provate voi anche solo a limonare con qualcuno o qualcosa nel mezzo della macchia mediterranea a minimo 15km dal primo centro abitato. Sarà già buono se avrete una copula passiva con un cinghiale. A me nemmeno quella. A salvarmi da una vita di castità arrivò poi una ragazza, ma ero ormai nel tardo liceo e poi questa è un’altra storia. Una storia adriatica.
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Perché a salvarmi dall’ignoranza loci (mi piace usare il latino ad favam) è arrivato Leo (cioè mio figlio di un anno e mezzo) e la crisi economica. Mi chiedo se questa combinazione sia frutto del caso o meno. Magari è solo una mia sensazione, ma mi sembra che proprio in concomitanza della crisi i miei coetanei si siano messi a investire in figli. E ciò sembrerebbe un controsenso perché oggi più che mai un figlio è l’opposto di un investimento economico (“the opposite of an economic investment”. P.Krugman Premio Nobel per l’economia). Invece, a sancire la morte definitiva (finalmente) dell’edonismo reaganiano vedo un sacco di bimbi nuovi. Anche perché, effettivamente, per quanto il mondo degli oggetti sia sempre più suadente non esiste nulla al mondo che possa sostituire la bellezza di sentirsi chiamati papà da un essere alto 82 centimetri. Ma questa è un’altra storia. Questa è una storia riminesca.
UnaCosa9La prima cosa che ho scoperto è che sulla riviera romagnola puoi scegliere il livello di coinvolgimento che preferisci. L’offerta, infatti, spazia dai patiti della discoteca fino alle 6 del mattino al convento benedettino e abbraccia praticamente ogni fascia di età. Chiaramente,  esistono città più vicine a un pubblico supergiovane et spensierato e altre più inclini alla sobrietà montiana, ma in ogni luogo si cerca di soddisfare il più vasto pubblico possibile. A volte ciò porta a curiosi accostamenti: funzioni religiose seguite a breve distanza di tempo e spazio da danze popolari, bande di paese, break dancer. Così si soddisfa sia l’anima che l’animo.

UnaCosa4Altra cosa che si impara ad apprezzare subito è la FAR, la Famosa Accoglienza Romagnola. Se l’Italia fosse popolata da emiliani-romagnoli sarebbe il posto più gentile d’Europa. Il turista non solo è rispettato, ma effettivamente coccolato e in modo da farlo sembrare disinteressato. Magari è stata solo fortuna, ma anche il più piccolo problema il romagnolo, come il migliore dei Mister Wolf, in breve, te lo risolve. La Romagna sarebbe il posto giusto dove disfarsi di un cadavere che ti ha imbrattato i sedili posteriori dell’auto di sangue. Io comunque credo poco alla fortuna. Sono stato troppo tempo in Liguria e in Sicilia per credere alla fortuna.
Il romagnolo è efficiente e tende a pulire tutto. Le strade, le piazze, la sabbia. Sono un po’ svizzeri i romagnoli. O forse perché si adeguano al turismo crucco che apprezza più di noi queste sottigliezze e che, infatti, affolla in massa questi litorali.
UnaCosa2Come Casadei (Raul) comanda.
Un’altra cosa curiosa del posto in cui ero consiste in quel misto di ordine e libertà anche qui un po’ crucco e lontano dai normali parametri italici. Le tavole delle leggi sono poche, qualche cartello in giro giusto a ricordare alcuni principi base di convivenza, ma molto meno che in altri posti (tipo la simpatica Liguria) dove ti elencano anche cosa puoi o non puoi mangiare e quanto rumore in decibel puoi produrre nell’arco di una giornata. E’ sull’esecuzione della legge che si nota maggiormente la differenza. Dal nulla sbucano tizi a ricordarti, sempre gentilmente, che questo o quello non va. Per esempio, non sceglierei la romagna per suicidarmi gettandomi tra i marosi. Verrei ripescato al primo sorso d’acqua dal bagnino fantasma che poi mi farebbe anche la ramanzina per il mio atto scellerato. Se l’Italia fosse popolata da romagnoli il codice civile e penale probabilmente avrebbero la dimensione di un pamphlet, ma questa è un’altra storia. Una storia di mare e terra.
UnaCosa3Sì ma il mare?
Mettiamola così. Dalle ore 7 alle 9,30 del mattino e dalle 18,30 al tramonto il mare è quasi caraibico. Pulito, cristallino, bandiera blu etc. etc. che ti verrebbe voglia di berlo. Nelle altre ore varia a seconda dell’uso e dell’onda da un colore grigio topo alla pozzanghera di fango. Perché il tipo di sabbia e il fondale piuttosto basso per diverse decine di metri fa sì che bastino poche persone o un’onda appena un po’ violenta per intorbidire il tutto. La sabbia non è il mio ideale e ha questa tendenza a seguirti per chilometri anche lontano dalla spiaggia. Si affeziona diciamo. Però è estremamente ludica e Leo, come la maggior parte dei bambini, ne apprezzava la morbida e fuggevole consistenza, nonché il fatto di avere tra le mani un’inesauribile occasione di creazione e distruzione di forme e formine. Si aggiungano conchiglie di ogni fattezza, pesci che ti si infilano tra le gambe, nonché centinaia di granchi facilmente catturabili (io mi rendevo la vita più complessa catturandoli a mano per non ferirli, una sorta di buonismo veltroniano per nulla di esempio per il resto dei bagnanti) per rafforzare la sensazione di stare in un luogo salubre.
Dove poi non domina l’ombrellone, sulla spiaggia è un fiorire di giochini per grandi e piccini, sempre ben tenuti, dalle forme bizzarre e un poco circensi.

UnaCosa6Se quindi il romagnolo ha saputo usare diligentemente la risorsa marina, lo stesso non si può dire di quella terrestre. Nonostante un terreno pianeggiante e facilmente organizzabile lo sviluppo edilizio è in molti casi disordinato e spesso portato all’eccesso. Anche perché a differenza di altre zone d’Italia ricche di ecomostri solo abbozzati il romagnolo, purtroppo, finisce ciò che ha iniziato con l’efficienza crucca già accennata in precedenza. Tra Rimini e Cattolica se ne vedono di ogni. Zone ben curate con case anche pregevoli (Rimini è in diverse parti anche molto bella), ma subito compensate da caserme in stile sovietico a due passi dal mare appiccicate l’una all’altra. Sembra che molte amministrazioni abbiano dato agli architetti la licenza di uccidere. Il paesaggio. Tipo quando dal nulla sorgono tre grattacieli di una bruttezza indescrivibile praticamente appoggiati sul mare pensi al geometra dell’ufficio tecnico del Comune e alla sua nuova piscina. E all’incazzatura di quelli che pochi anni prima avevano la vista mare. Il verde, almeno sulla costa, è piuttosto scarso. Se l’Italia fosse la Romagna sarebbe un unico palazzone. Ben curato, con due piantine per ogni piano e una lunga pista ciclabile a circondarlo. Ma questa, di nuovo, è un’altra storia. E’ una storia con un po’ di finzione.
UnaCosa7
Un giorno, verso il tramonto, sulla battigia semideserta io e Leo incontriamo un bambino di circa 5 anni che ricorda moltissimo Brad Pitt. La somiglianza non era casuale, perché, poco dopo, compare Brad Pitt.
Ci presentiamo, è molto simpatico, ammetto di essere un po’ emozionato, ma subito cala un silenzio imbarazzato. Brad ha lo sguardo fisso verso il mare. Sembra rimuginare qualcosa con l’atteggiamento del Bronzo di Riace.
Non so bene cosa fare o dire e quindi rimango a guardare il mare anche io rimuginando qualcosa nell’atteggiamento del secondo Bronzo.
Dopo un periodo che mi è parsa una mezza eternità Brad sbotta, sempre con lo sguardo fisso verso il mare.
Dai chiedimelo.
No vabbè.
Dai, coraggio. So che vuoi saperlo.
Sì è vero. Brad ma che cazzo ci fai a Misano Adriatico?
Ci faccio quello che ci fai tu. Delle vacanze rilassanti e piacevoli in famiglia lontano dai fastidi quotidiani.
Sì ma tu potresti comprarti un’isola deserta.
Non mi pare il momento di esibire il proprio status e poi la gente di qui mi piace. Sono gentili, premurosi, sembra di stare in crociera senza lo svantaggio del mal di mare e dell’equipaggio vestito da maggiordomo. E poi la città sembra un set cinematografico d’altri tempi. Le case color pastello, gli alberghi sul mare ricordano gli anni ’60 quando tutto sembrava accessibile per tutti. E qui effettivamente la promessa sembra mantenuta.

Quando Brad parla sono pietre che rotolano. Quando uno lo vede sullo schermo pensa: è un bel manzo, ma poi se lo conosci scopri che ha anche un bel cervello. Che invidia. Io sono solo un bel manzo.
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Foto cartolinose by me & Sony Rx100.

Alle porte di Tannhäuser.

Dilemma irrisolto.

– Che cosa è umano? Che cosa ci rende umani?
– Salcazzo.
– Passiamo oltre. Anzi passiamo prima.

Quando avevo circa 9 anni mi punse vaghezza che ciò che affermavano gli adulti avesse un retrogusto di inganno. Il mondo che mi veniva dipinto mi sembrava spesso di convenienza. Ora che sono adulto so che effettivamente è conveniente rimodellare la realtà a proprio piacimento. Spesso le domande che fanno i bambini sono le stesse su cui i filosofi si arrovellano da millenni senza cavarne un ragno dal buco. E allora, caro bambino impertinente perché dovrei cavarlo io il ragno dal fottuto buco? Che poi magari esce incazzato, mi punge e scopro che sicuramente sono un coglione.

Questo retropensiero deve aver giustificato, ad esempio, l’affermazione di mia zia di fronte alla dichiarazione che non sarei più andato a pescare con lo zio quando avevo circa 9 anni. Devo dire che pescare con lo zio sul suo gommone al calar del sole dopo un giorno di mare era molto bello di per sé e aveva il vantaggio, nei giorni fortunati, di conferire un apporto proteico a costo quasi zero.
Ricordo anche che c’era una certa eccitazione nella caccia (che poi la pesca è anch’essa una caccia, ma chiamarla pesca sembra più buona che la caccia), nel cercare di beccare un piccolo pesce in un grande mare. Dimostrare la nostra superiorità attraverso il fatale inganno dell’esca, cosa che ci ha portato nei millenni al vertice della catena alimentare. Tra gli stronzi siamo i più astuti. Fortunatamente, aggiungo.
Tutto ciò però perdeva progressivamente fascino nel momento di tirare il pesce in barca. 
Ciò che in pratica sostengo su questo blog e che alla fine potrebbe essere l’unico pensiero alla base di tutte queste lettere è che la vista è il nostro diletto e cruccio, il senso che tra tutti è il più adorabile e traditore.
Osservavo questi pesci che si dibattevano fino al soffocamento con crescente fastidio. 
Se fossero schiattati con un grande sorriso stampato ora starei a scrivere di figa o alla figa. Invece. Questi stupidi pesci boccheggiavano in modo fastidioso.
Non sarà mica che soffrono?
E pronta arriva l’affermazione della sorella di mia madre.
Mavalà. I pesci non soffrono perché non hanno terminazioni nervose.
Al momento probabilmente me la devo essere anche bevuta.
Ma per poco evidentemente. Mentre il pesce agonizzava in cielo si stagliava un cartello: stronzata, grandissima stronzata.

Per chi incontri nella sua vita anche solo una formica potrà verificare che anche gli insetti non amano finire nel fuoco, essere cosparsi di insetticida o essere mutilati. E’ una cosa che semplicemente non gli va giù. Non apprezzano diciamo. E questo perché banalmente metterebbe a repentaglio la loro sopravvivenza sul pianeta. Con quei loro quattro neuroni riescono a distinguere tra l’esistere e il non esistere molto più lucidamente di me spalmato sul divano davanti alla tivvù in una serata media. Visto che Darwin ci ha spiegato che più o meno siamo tutti parenti è evidente che abbiamo sviluppato una serie di sistemi in comune per sopravvivere. Uno di questi è la percezione del dolore. Grande soluzione per evitare di mangiarsi la propria mano dopo averla lasciata rosolare sul barbecue. Direi elemento base per evitare l’estinzione.
Sgombrato il campo da questa bazza del “non soffrono” ora abbiamo un problema.
Cioè a voler ben vedere il problema l’avremmo avuto anche prima. Se anche avesse avuto ragione mia zia chi ci autorizza a uccidere un altro essere vivente?
Qui la risolvo con lo specismo. Anche se parlare di specismo non è tanto bello. Diciamo allora che qui vige una solidarietà di squadra che mi fa preferire sempre gli umani agli animali. Tra noi e loro sempre noi. Ovviamente, purché si tratti di sopravvivenza non di usare un gatto per giocare a calcio. In questo senso, sarebbe più sensata la sperimentazione animale volta a salvare vite umane che non l’alimentazione, almeno nei paesi in cui ci si può rifornire di proteine senza utilizzare gli animali.
Quindi il problema lo fisserei sul dolore e sul fatto che sono, senza dubbio, esseri senzienti.
Ecco uno di quei ragni nel famoso buco. Perché se soffrono (anche diversamente da come soffriamo noi) abbiamo un problema morale.

Per fortuna gli addetti al marketing hanno capito che la vista gioca un fattore spropositato nell’affrontare i problemi morali. Così all’Esselunga (ma anche al Pam) non si sognano nemmeno di mettere un bovino vivo dietro il bancone della carne e di lasciare al cliente l’incombenza di ucciderlo con una pistolettata in fronte.
Guardi questo vitello come sgambetta. Non è forse freschezza questa? Gli spari qui in mezzo agli occhi. E’ un attimo. Poi si affetti la parte che preferisce la metta sulla bilancia e schiacci il tastino corrispondente per avere l’etichetta col prezzo.
No della freschezza importa poco. L’importante è che la carne non ricordi per nulla l’originario proprietario. Dei bei tocchetti rossi impacchettati in lucidi polistiroli bianchi. Potrebbe essere pongo, das, gomma, mattoni. Da quando i mattoni hanno un’anima?
Se si restituisse un po’ di sana sincerità alla macellazione e al “cliente finale” che ha deciso la sorte del suino senza sporcarsi le mani? Se gli si lasciasse l’incombenza dell’uccisione il prezzo della verza schizzerebbe alle stelle. Oppure i supermarket si riempirebbe di sadici Lecter. Chi lo sa? Forse tutte e due. Eppure un pensiero di riconoscenza dovrebbe essere rivolto a tutti quei boia che uccidono per noi pavidi carnivori smidollati e ipocriti centinaia, migliaia di bovini e polli che poi noi senza problemi ci pappiamo.
Magari sono pure vegetariani, ma bisogna pur campare no?
E molta stima a quei contadini che si allevano i maiali e i polli e poi quando sono pasciuti se li ammazzano, gli tirano il collo, li sventrano, li spellano, li spiumano e forse se li magnano.
Il nostro delicato occhio non può più reggere queste visioni. Per questo al market sotto casa non vi mettono bovini, maiali, polli vivi.

C’è un’eccezione però.
Con i pesci, e si torna all’inizio del discorso, invece si può. Forse perché come diceva mia zia “non soffrono”, forse perché c’è un odio atavico per un antenato troppo lontano, forse perché non parlano, non urlano, ma per i pesci anche al supermaket è concesso assomigliare all’originale. E per alcuni la freschezza è garantita. Come si dimostra qui di seguito.
Visto che l’arte si apprezza con la vista, apprezzatene la sincerità e poi potrete decidere se smettere di mangiare astici per sempre.

 

SPOILER ALERT: SEI UN MORTOZZOMBIE!

ImageAlla ricerca di un senso per World War Z.

Da quando solcano le tele cinematografiche gli zombie hanno sempre rappresentato qualcosa di più di una massa di putrefatti invasati che camminano storti.
Sono stati metafore del pericolo rosso, della rivolta studentesca, ma anche specchio in cui riflettere le nostre pulsioni inconsce etc. etc.

Se World War Z fosse stato girato in Italia la metafora zombesca questa volta sarebbe stata facile facile: i mortozzombie della prima repubblica da una parte e Peppe Pitt dall’altra. Se non fosse che qui pure l’eroe viene morsicato dal virus del potere e diventa più mortozzombie dei mortozzombie. Tragico et disperado final.

Ecco il punto mancante del film o meglio di cui si sente un po’ la mancanza: un qualsiasi sfondo su cui dipingere il cataclisma zombico. Se non una spruzzata di classica visione eco-reazionar-malthusiana con la natura che trova un sistema “stronzo” per contenere quella piaga di nome umanità. E dire che il regista Marc Forster non è che quando si tratta di pipponi sia uno che si tiri indietro (Monster’s Ball, Il cacciatore di aquiloni). Però è anche uno che ama l’azione per il gusto dell’azione. Ok allora azione.

L’inizio effettivamente è scoppiettante. In meno di 3 minuti comincia la festa. Ritmo serrato, belle scene di massa, regia coinvolgente. Ma subito un brivido percorre la mia schiena di spettatore di cazzate ormai rodato. Sarà il film di azione di tipo A, ossia che parte loffio e poi ti riserva il botto alla fine o sarà il film di tipo B che parte col botto e finisce loffio? Per tutto il tempo spero che sia il tipo C. Quello che parte forte e finisce fortissimo, ma, Spoiler Alert, devo tristemente ammettere che è il tipo B.
A un certo punto, circa a metà del guado, si sente una voce che dice: basta scene faraoniche ragazzi! E se poi non rientriamo dai 130 milioni spesi di cui metà per Brad e soci e l’altra metà per dei ladri degli effetti speciali?
– Amico a quanto li fai gli effetti oggi? Cosa? Così tanto? Ok dammene solo 3.

Da quel momento il film si appiattisce sul survival minimalista con riesumazione del solito posto buio da cui emergono i cattivi a fare buh! e dei corridoi della paura monitorati dalla solita isterica che potrebbe benissimo gridare da un momento all’altro “Dallas! Dallas!” come se fosse nel primo Alien.

A ciò si aggiungano varie ridicolaggini di sceneggiatura sparse qui e là tanto per non farci dimenticare che è tutto un barbatrucco filmico oppure che bisognava investire di più in sceneggiatori.

Comunque Brad è ok. Devo dire che sono da sempre un suo estimatore perché nonostante la mascella da fighetto sa dare spessore ai suoi personaggi. Mi ricordo che cominciai ad apprezzarlo all’inizio dei meravigliosi anni ’90 con Intervista col vampiro. Lì il ragazzo già mostrava di saper gestire il personaggio anche più tormentato senza finire nel macchiettismo tipico del suo compagno di allora Tom.
Aggiungo che Tom a parte un paio di interpretazioni in cui funzionava (forse perché faceva se stesso) non l’ho mai amato particolarmente. Infatti, quando vedo un suo film sento sempre una voce dietro che mi dice:
– Pensa come sarebbe stato meglio il film con un altro… Pensaci. Eh!
– Ok ci penso. Adesso però posso continuare a vedere il film peggiorato da Tom?

Brad qui è il Rassicuratore. Si accenna a un suo passato in cui ne ha viste di ogni motivo per cui i mortozzombie gli sembrano routine, senza però entrare nello specifico. Quando a un certo punto sembra vuotare il sacco sul suo passato annuncia addirittura di essere dell’Onu. Qui anche le controfigure sghignazzano in modo eclatante. Come se avesse rivelato di essere cintura nera di danza classica. E’ evidente che manca qualche tassello che ci verrà spiegato nell’inevitabile sequel.

 Comunque è talmente sereno che ti fa venir voglia di averlo come migliore amico nelle situazioni di merda.
– Pront Pitt? Ho la casa circondata da mortozzombie, un tizio con una motosega che mi insegue per il soggiorno e il verme solitario…
– Tranquillo, fingiti malato grave (tecnica per i mortozzombie) e usa una catena per grippare la motosega.
– E per la tenia?
– Droncit. 10 mg per chilo di peso per via orale. Due somministrazioni.

Ecco alla fine il film ti lascia un po’ quel vuoto di senso (o senso di vuoto) tipico di una purga molto forte. Forse era l’effetto desiderato per convincermi a ripetere l’esperienza con il 2 e il 3. Se ripenso però a “28 giorni dopo”, copione simile, ma diretto dal buon vecchio Danny Boyle, non si può che convenire sul luogo comune che i soldi, da soli, non sono sufficienti a dare la felicità.

I sogni dei più piccoli restano i più grandi.

Negli occhi di un indigeno primitivo di un pianeta non meglio specificato si coglie per un lungo istante lo stupore nel vedere un’astronave emergere dall’oceano. Lo sguardo di noi spettatori incrocia il suo e trasforma lo stupore in gioia infantile, come se a sollevare l’astronave ci fosse la mano di un grande bambino che gioca in un proprio universo inventato. Dove tutto può accadere, tutto si può avverare, si può correre, saltare, volare, apparire e scomparire, distruggere e ricreare le cose.
Ma ora scusate devo tornare a far volare l’Enterprise…