L’onnivoro dubbioso. Parte prima.

Dilemma parzialmente e provvisoriamente risolto.

Premessa.
Io amo la carne in quanto cibo. Non lo considero il mio piatto preferito, ma mi piace. A parte le frattaglie, la cervella, il fegato e la lingua, del bovino, del suino e del pollo mi piace tutto. Mi piacciono anche i conigli, i cinghiali, i cervi, il montone, l’agnello e la pecora. Oltre a praticamente tutti i pesci. Della carne mi piace forse anche più del sapore l’aspetto conviviale. Tipo la grigliata di ferragosto, l’asado, la fiorentina, i salumi nei panini al latte delle feste, la salamella bisunta stile festa dell’Unità. La condivisione di questo tipo di cibo sembra quasi un ultimo omaggio all’animale. Una specie di funerale festoso con cui lo si ringrazia per averci fornito i suoi sapori. In una puntata dei Simpsons Homer prendeva in giro sua figlia, di stretta fede vegetariana, cantandogli “niente amici con l’insalata”. Cosa probabilmente più vera negli States visto il loro consumo smodato di carne.
Il fatto è che tutte queste prelibatezze derivino da animali morti e che questi, come già illustrato in un post precedente, siano senzienti mi ha però sempre un po’ turbato.
Ma prima ancora della morte dell’animale il problema è la sua vita. Perché le condizioni in cui teniamo il nostro cibo da vivo è così drammatico che ucciderle mi pare un atto di pietà.
Non mi sento per questo un animalista. Anzi io tendenzialmente gli animalisti non li posso soffrire. Buona parte di loro sono dei protonazisti che dietro l’amore folle per le bestie nascondono una carica d’odio per l’umanità. Tipo quelli che su facebook invocano la pena di morte per chi abbandona i cani. E sono pure favorevole alla sperimentazione animale se serve a salvare degli umani.

Penso solamente che allevare e mangiare animali in questo modo non sia giusto. 
Non la farò lunga perché la letteratura sul tema è ampia e piuttosto cospicua anche la produzione filmica. Oggi ci sono sufficienti fonti documentali facilmente accessibili per convincersi a mangiare meno carne o a non mangiarne affatto. Ma anche senza questo supporto, se ci sto a pensare un attimo, ci sono un migliaio di buone ragioni per smettere di mangiare gli animali e solo una per continuare: mi piace. Fino al 2 agosto scorso quell’unica ragione ha vinto su tutte le altre molto più valide per smettere. Dal 2 agosto scorso ho deciso di provare a diventare un po’ meno onnivoro e di cominciare ad escludere l’acquisto di carni rosse e bianche. Non mi posso definire vegetariano perché non ho escluso il pesce (l’astice però è salvo), ma neanche la carne “occasionale” nel senso che non mi opporrò a cene o inviti a mangiare carne acquistata da altri. Cioè cercherò di evitare, avvertendo quando possibile, ma non farò il talebano in tal senso, anche perché penso che se lo facessi durerei ancora meno in questa scelta di quanto penso di durare. Terrò dei brevi aggiornamenti sul progresso della decisione, ma se fossi un bookmaker non scommetterei su di me. Sento che non durerò molto in questo buon proposito e che il mio karma tornerà ben presto in negativo. L’ho capito quando il giorno dopo la mia decisione ho quasi pianto di fronte al melone privato del prosciutto. Questo quindi sarà probabilmente il diario di un clamoroso insuccesso. Spero solo che la carne sintetica arrivi molto presto. Ho già sentito che è stato provato in Inghilterra un hamburger di carne ricavata da staminali. Ragazzi scienziati so che potete farcela, io sarò il vostro primo acquirente.
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Corri ragazzo laggiù.

(A cosa serve internet 2).

La mia generazione ha amato molto i robottoni giapponesi. Io li amavo moltissimo. Praticamente tutti. Uno mi viene in mente in particolare in questi giorni. Jeeg Robot d’acciaio. C’era questo ragazzo che correva come un matto poi spiccava un balzo nel cielo, faceva una capriola e mentre si arrotolava si trasformava in un gran testone di Robot. Poi gli lanciavano i componenti e il robottone completava la propria trasformazione in un corpo integrale, pronto a menare le mani (a lanciarle per la precisione perché alla bisogna si staccavano).
Quando avevo sette otto anni avrei dato qualsiasi cosa per incontrarne uno dal vivo, ma sapevo che in fondo era fantasia. Maledetto pensiero illuminista. Poi però, crescendo, ho scoperto che la realtà supera sempre la fantasia e che le persone si trasformano molto di più e molto meglio dei Transformers. I casi sono ormai centinaia, ma in questi giorni uno in particolare ha riacceso la mia fantasia di bambino. Mario Adinolfi. Di seguito riporto alcuni fotogrammi che testimoniano come Jeeg Robot d’acciaio fosse, al confronto, un dilettante delle mutazioni. Grazie ancora Mario per non lasciar spegnere il bambino che c’è in noi.
Transformers

Scritte rupestri dall’oltrespazio.

A volte mettendo a posto le cose ritrovo tonnellate di cazzate che avevo scritto millenni fa.
La cosa più stupefacente è che spesso non mi riconosco. Come se vedessi una mia foto e non sapessi chi è il figuro che ho davanti. In effetti probabilmente non sono l’io che conosco ora ad aver scritto, ma un altro io che conoscevo tempo fa e che oggi è stato più volte sostituito da altre cellule, altri neuroni, altra carne simile, ma non identica.
Così l’effetto è straniante, sfasato, a volte buffo.
In alcuni casi dico – Va che pirla questo qua. Altre volte dico: però dovevo essere un tipo simpatico.
Per esempio, dentro un diario dell’89 ho trovato un foglio volante del ’94, scritto ancora con la penna che, probabilmente a seguito di troppa lettura di Bukowsky, si intitolava:

Solidarietà.

Quella volta cominciò a lavorare prima del solito.
Mario, come tutti i Mario del resto, era una gran lavoratore.
551…
Pronto? C’è Anna per favore? Sono Mario!
In lontananza si sentì una voce che diceva – Chiedi Mario chi…
Mario chi? – Chiese la sconosciuta.
Mario Bukowsky.
Bukowsky – Disse la sconosciuta coprendo malamente la cornetta con una mano.
Dì che sono in ospedale in prognosi riservata – Mario percepì.
No Anna non c’è e non tornerà stasera.
Click. Fuori una.
Era duro, ma qualcuno lo doveva fare, pensò Mario per non perdersi di morale.
Albert gli diceva sempre che era questione di istinto, certe cose non si imparano mai.
E se lo diceva lui potevi credergli: all’età di 25 anni non avrebbe riconosciuto una sorca neanche se gliel’avessero sbattuta in faccia gocciolante e odorosa.
Sù un pochino più di estro.
4800… Francesca. Con Francesca qualcosa si rimedia sempre.
Sono Mario, c’è Francesca?
Sono io, ciao Mario!
Come butta?
Da dio! Lo sai che il mio ragazzo mi ha regalato un rolex per la nostra prima settimana?
Non sapevo che avessi un ragazzo.
Da una settimana.
Appunto.
Ora se Mario avesse avuto l’istinto di cui parlava Albert avrebbe concluso che non ci fosse più nulla da fare. Invece volle andare fino in fondo…
Immagino che tu non sia libera stasera.
Immagini bene.
Click. Ore 15.40. Riaprì la sua agenda color giallo patata a pasta gialla.
Con July bisognava puntare sull’umanità diseredata e sul terzomondismo da parata.
Qualche cinese impiccato, due o tre somali alla fame, una bella riunione di Amnesty International e te la portavi a letto.
Controllò prima il giornale al reparto “Cosa succede in città”. Alla voce incontri, rassegne, dibattiti, centri sociali. Trovato! Documentario sulla rivoluzione contadina del Chapas: “Messico, le ragioni della miseria, il riscatto di un popolo. Seguirà dibattito”. Più sotto si citava anche un incontro sui sordomuti del Congo, ma gli sembrava eccessivo perfino per July.
404…
Due, tre squilli.
– Risponde la segreteria telefonica. Sono fuori tutto il giorno. Stasera parteciperò al dibattito sulla lotta per i diritti dei sordomuti del Congo presso la Caritas di corso Venezia. Venite tutti…
Bip.
Mario, che come tutti i Mario era dedito al suo lavoro, andò a cercare le clark e il maglione a collo alto. E pazienza se July, detto tra di noi, fosse un vero cesso.

Fine.

Vedere un altro orizzonte.

Forse un giorno dovremo ammetterlo, dovremo arrenderci all’evidenza. Uno dei più grandi pensatori del ‘900 era uno squilibrato fattone morto in povertà dal nome di P.K.Dick.
E lo dico da fan. Da ammiratore di uno che ha scritto più di 50 romanzi che descrivono in modo sorprendente mondi alternativi come se ci avesse vissuto da sempre. Chi non ha avuto almeno un po’ il sospetto che Dante all’inferno ci sia stato sul serio?
Per scrivere capolavori serve essere un po’ sfasato. Ma col tempo, anche io, che non scrivo capolavori, ho imparato che lo sfasamento aiuta e molto e che per uccidere la scrittura non c’è niente di peggio che la normalità. Quella che ti svegli sempre alla stessa ora, vai sempre negli stessi posti, fai sempre lo stesso lavoro, poi torni e sprofondi sullo stesso divano. Ogni giorno. Finché poi muori. E non hai scritto neanche una bella lista della spesa.
Quando ho intenzione di scrivere ho scoperto che ho bisogno di alterare la normalità. Per poco altrimenti anche l’anomalia poi smette di essere anomala.
Per alterare la norma un buon sistema dicono sia dato dalla chimica delle droghe. Purtroppo, ho il difetto di avere fifa di rovinare il mio già fragile intelletto con tali sostanze (quali poi?). Ci sono altri modi con cui si possono creare delle utili anomalie e in un certo senso hanno sempre a che fare con la chimica. Con me ha funzionato, ad esempio, la fame. Intesa proprio nel senso di mangiare poco, ma così poco che quel vuoto dello stomaco lo devi riempire mangiando parole. Meglio la fuga nella boscaglia. Tipo in un posto senza tv o internet. Diciamo con poca tv e poca internet. Che ormai anche nella boscaglia ci arriva di tutto. Qualcosa che ricordi il buon vecchio isolamento insomma. Sei così solo che per tenerti compagnia devi inventarti delle storie e dei personaggi. Finisce che poi ci parli sul serio e allora scrivi di brutto. Io ci ho scritto tre lungometraggi e decine di racconti in perfetta solitudine. Niente che mi renderà ricco, ma solo un po’ più allegro. Perché poi è questo che mi produce scrivere. Un certo godimento a fronte di una certa privazione. Poi se riesco anche metterlo in scena tanto meglio.
Mio malgrado, da poco, ho avuto l’occasione di scoprire un altro metodo utile alla scrittura. Si chiama angoscia. Che è poi una diversa coniugazione dell’isolamento. Perché quando sei in piena angoscia non sei tanto in grado o voglioso di condividerla con gli altri. Si crea una specie di barriera, una casa con le porte sbarrate piena di spiriti che ti passano intorno. E per scacciare questi spiriti non c’è niente di meglio di una biro e un pezzo di carta. E’ meglio del paletto di frassino con i vampiri.

Stavo tornando sul tram dall’ospedale dove era stato ricoverato il mio bambino che aveva deciso di festeggiare la sua prima rivoluzione intorno al sole in quell’inferno pieno di umanità che si chiama pediatria. Sono quei momenti in cui pensi che il Servizio Sanitario Nazionale con tutte quelle persone che si occupano di uno solo sia il vertice della Civiltà. Entrare in un posto pieno di bambini che non stanno un cazzo bene a portare il tuo che non sta un cazzo bene è un bel sistema per sfasarsi dalla normalità e sottoporre i propri neuroni alla ricerca di una fuga dalla realtà. Dicevo ero su quel tram che poteva essere benissimo un’astronave diretta alle porte di Tannhauser con la faccia che ricorda il crollo di una diga (cit.) quando tiro fuori  con le scarse forze che mi restano la penna e prendo il solito quaderno che mi accompagna sempre. E scrivo un racconto di un tizio che si è appena sposato e pensa di essere l’uomo più felice della terra. Al momento di scartare i regali di nozze, trova, proveniente da un anonimo amico, uno specchio. Non solo non è particolarmente bello, anzi è piuttosto kitch, ma oltretutto non funziona. Cioè non specchia. Non è incrinato o rotto, solo non funziona. O meglio riflette qualcosa che non c’entra niente con quello che ha davanti.
Ora non voglio svelare cosa succede poi, perché mi piacerebbe magari un giorno farlo diventare un film e non c’è niente di peggio che svelare la trama, ma posso dire che fa ridere. Cioè io ho riso. In tutta la giornata era la prima risata.
Così sono tornato a una sorta di normalità, quella in cui ogni tanto si ride. Per apprezzarla, come direbbe Dick, devi prima vedere un altro orizzonte.

Pensieri tipici del Mercoledì.

Se volessimo tentare di dare un senso storico-politico a ciò che passa il convento televisivo nordamericano si potrebbe pensare di trovarsi in una sorta di età ellenistica prodromica della fine dell’impero.
Noi europei assorbiamo ormai al 90% le storie provenienti dall’oltreoceano come se fossero nostre. Anche perché noi, persa ogni velleità egemonica sia politica che culturale, non sembriamo aver molto da dire. Diciamo che preferiamo ascoltare e, semmai, rifletterci sopra.
Nel mentre, gli yankee meditano sulla Fine e sul senso della vita con una consapevolezza “cristallina” che non si era mai vista. E l’impressione è che sotto ci sia la coscienza che il loro ruolo dominante stia per esaurirsi, che il proprio modello non sia il migliore possibile, proprio quando la loro narrazione e la loro lingua diviene la più diffusa nel mondo.
Sono soprattutto le serie televisive a dare il polso di questa illuminata decadenza. Non si celebra più il bianco candido della famiglia americana, quella degli happy days (o quella dei neodominatori alla Dallas), ma si testimonia la poesia della confusione, del grigio e intricato mondo dei sentimenti, dell’incertezza, del divenire e specialmente del finire.
Un bellissimo punto di vista sul nulla.

Un orecchio senza cervello.

Questo articolo è stato scritto senza toccare la tastiera. In pratica ho utilizzato solo la voce dettando queste parole al computer. Pertanto, tutti gli errori che si riscontreranno in questa questo testo saranno da dedicarsi allo scarso orecchio del computer. Mi ricordo che alla fine degli anni 90 uscì un software che consentiva la dettatura al personal computer. Lo slogan di questo software era “tu parli, lui scrive”. Effettivamente lo slogan era corretto in quanto tale, ma il risultato portava a una distanza siderale tra quanto tu dicevi e quanto lui scriveva. Certo il tuo parlare, ma lui scriveva qualcosa che non aveva commesso con quanto torridi con risultati involontariamente comici. Dicevo: tu parlavi ma lui scriveva quello che voleva con risultati a volte involontariamente comici e uno stile dadaista. Sicuramente un esempio di scrittura creativa involontaria e il segno che la strada da fare per la comprensione linguaggio da parte di computer era ancora molto lunga. Distanza di una quindicina d’anni le cose sono molto migliorate e i computer fanno sempre più cose in modo molto semplice. La dettatura che sto eseguendo è inserita all’interno dello stesso sistema operativo Mountain Lion. Nonostante qualche imprecisione che non sto correggendo come vedete sì Piuttosto bene. Volevo dire se la cava piuttosto bene. Tuttavia, la cosa più interessante è che effettivamente il mutamento di interfaccia da tastiera la voce cambia anche il contenuto del messaggio. Il flusso di pensiero che esce dalla bocca e non mediato da tastiera porta a un diverso contenuto del messaggio stesso. O meglio, a una diversa forma del contenuto. Così come è diverso scrivere con una penna piuttosto che con la tastiera. Sicuramente mi sapere se ritroverà anche questa forma di comunicazione non essere inanimato che trascrive diligentemente mi carezzate tuttavia il momento faccio fatica ad avere un pensiero lucido o almeno questo quello che è venuto fuori da questo post sembra tutto tranne che lucido. Come vedete dalla riga sopra se non avete un pensiero bello chiaro in testa il computer novizie a trascrivere i vostri tentennamenti. Una cosa comunque sicura la fantascienza non c’ha preso per nulla si muove lontani da parlare con una coscienza tipo al 9000. Il che comunque ci rincuora perché comunque e meglio dettar computer che non capisce una mazza che fa seghettare da un computer con una mazza. Volevo dire che farsi dettare da un computer con una mazza. Che poi passare dalla dettatura alla dittatura è un attimo.

FILM NON ACCIUGHE AL LIMONE

Non ce l’ho fatta.
A fare?
A scriverlo.
Cosa?

Sono letteramente settimane che penso a un post di quelli un po’ controcorrente.
Tipo a un pezzo pro Fabrizio Cicchitto.
Uno dei cortigiani più servili del Silvio, uno che ha passato la vita a tradire se stesso, uno che ne ha combinate di ogni pur di restare nel club e soprattutto uno di quei terribili figuri della maledetta Kasta. Avevo anche studiato la sua biografia, vita morte e miracoli e alla fine ho cercato in tutti i modi di scriverne bene, guardando ai risvolti umani delle sue scelte tragiche, umanizzandolo come un Falstaff denoiartri…
Niente. Non mi è venuto. Il Fabrizio è il genere di uomo che riesce ad essere intollerabile anche quando cerca di essere simpatico. Tipo il suo coccodrillo per la morte dell’amabile Renato Nicolini. E’ riuscito a usare anche quella dichiarazione per dire che egli (il Renato) era sì bravo, ma comunque il centrosinistra è composto da una manica di stronzi. Quindi no. Non ci riesco a parlarne bene.
Cioè bene. “Pro Fabrizio” (questo era il titolo del post) voleva dimostrare che al confronto dell’inquisizione spagnola che ci aspetta (tipo Grillo, Travaglio, Santoro, etc.) e di quello che vediamo fare da questi stessi (insulti, delazioni, croci sulle facce degli altri leader, magia nera e bianca, auspici di processi popolari etc.) la gente come il Fabrizio alla fine ci sarebbe sembrata, anzi sarebbe sicuramente stata, più democratica.
Poi mi è passata sotto gli occhi questa foto.

E ho pensato. Ma cheddiavolo perdo tempo a baloccarmi nel menopeggismo di stampo partitodemocratico quando ci sono storie molto più interessanti nel mondo come quella di questi due personaggi.
Che mi potreste dire: son 2 vecchi usciti da una canzone di Paolo Conte (“di due messi lì in un brutto tinello marron” – Son qui con te sempre più solo – Album Paolo Conte).
Che? Altro che tinello marron. Questi 2 han fatto la Storia. La S maiuscola toria.
Che se fossi davvero un reggista (con 2 g) starei già a scrivere la sceneggiatura di una delle storie più interessanti e appassionanti che l’Europa ha vissuto con me vivente et spettatore pure. Una storia per giunta a lieto fine in un momento in cui l’Europa avrebbe bisogno di riconoscersi in un pugno di ideali più alto che non far alzare lo spread.

Che io c’ho due idee di film lungo che vorrei fare nella vita. Anche tre o quattro volendo, ma se mi dicessero ne puoi fare solo due direi: la prima è la trasposizione del cartone anni ’70 Daitarn 3, uno dei più buffi e scanzonati. Dieci volte meglio dei transformers! So già come farlo dalla prima all’ultima inquadratura.
La seconda è un film sulla Polonia di Walesa e Jaruzelski. Che solo su Jaruzelski ci si potrebbe fare una trilogia, il più anticomunista dei comunisti, uno che ha visto cose che nemmeno i nexus 7 hanno visto alle porte di Orione.
Una cosa da trattare alla modalità di Pontecorvo, tra “La battaglia di Algeri” e “Ogro”, ma con un’attenzione ai personaggi da Milos Forman.
E io che sto a pensare per settimane a come riabilitare Cicchitto.
Se mi incontro allo specchio mi sputo.

New Trolls on the block.

C’è ancora qualche vecchio in giro che vi racconterà che agli inizi Internet era un luogo di pace e fratellanza frequentata da signori che fumavano il sigaro e sorseggiavano tè con una nuvola di latte. Tipo alla fine degli anni ottanta quando iniziavano a diffondersi le chat tipo ICQ. Le discussioni erano pacate e le controversie sempre rispettose, i duelli di fioretto. Palle. Ai tempi io c’ero – putroppo perché sono uno dei vecchi ancora in giro – e le chat, specie quelle anonime, erano popolate da ignoranti del mezzo (io compreso) che sperimentavano la guerra termonucleare verbale. Risse da bar in formato testo con aggettivi diretti alle madri già dal secondo scambio. Come dare un Suv ad Attila ci si menava, verbalmente, come fabbri. Poi arrivò la maturità. Gli utilizzatori diventarono più grandi. I mezzi più raffinati. L’anonimato divenne out. L’oggetto serviva a socializzare, ad ampliare le conoscenze, a mettersi in rete, a discutere, bla bla… Palle 2. La vendetta.
Tipo. La pagina Facebook di Mario Adinolfi, recente acquisto parlamentare del Pd e quindi entrato direttamente nel cerchio ristretto del supernemico della civiltà ossia la “casta”, è oggetto di scorrerie vandaliche e sfoghi avvelenati per ogni post da egli pubblicato.
Che si tratti di politica, di sport o di pesca d’altura i new trolls arrivano e non perdonano.
Tipo. Adinolfi consiglia una commedia francese che ha visto al cinema?
Annalisa Gaggiotti, che dalla foto sembra una simpatica signora di una certa età con filo di perle in evidenza, commenta: “non ci possiamo permettere neanche di andare al cinema…..tu e quelli come te possono avere questo desiderio…..noi abbiamo altri problemi molto + seri….”.
Rosa Lazzaro dopo aver messo il like al commento di cui sopra aggiunge: “Lavora che è meglio”.
Fin qui niente più che una riga sulla carrozzeria della pagina, il meglio arriva quando l’Adinolfi racconta la sua attività parlamentare. Cioè al cinema non ci si può andare perché bisogna lavorare, ma il lavoro di Adinolfi è quello che i new trolls hanno più in uggia.
Tipo.
Adinolfi informa di aver votato il fiscal compact e il Mes, due provvedimenti economici che ritiene utili per stabilizzare l’Europa e dal loggione partono subito i primi “stronzo” e “vergognati” per finire con incitamento al lancio di sampietrini e a tirare fuori i forconi “dei padri che si spaccarono la schiena per noi”.
Certo la crisi e il fatto che i parlamentari non facciano molto per farsi voler bene aiuta molto il fenomeno, ma quello che colpisce sono le facce di questi nuovi Troll. Signori e signore anche di una certa età, con l’aria paciosa, non ventenni frustrati con il costume del cattivo di Batman. Signori che usano internet come Fred Flinstone usa la clava, probabilmente ispirati dall’antesignano Beppe pitecus, l’uomo nuovo che è riuscito a condensare la summa del proprio pensiero filosofico in un “vaffaculo”.
L’Adinolfi, con cui tra l’altro mi trovo spesso in disaccordo, astutamente non censura nulla. In questo modo dimostra ciò che da tempo sospetto, ossia che il personale politico che ci ritroviamo non è molto peggio di coloro che dice di rappresentare. Anzi, forse, in svariati casi, è pure un po’ meglio.
Nel frattempo meglio abituare l’orecchio alla nuova musica.

Quel sorriso senza gioia.

Come quello del commercialista quando gli chiedi se l’iva è rateizzabile*.

Prepariamoci a una dura rieducazione oculare.

C’è poi l’amico che ti invita a casa sua per vedere il blu ray di guerre stellari sul suo fiammante schermo piatto 65 pollici-edge-led-infinity-black-esticazzi.
Peccato che l’amico abbia dimestichezza col mezzo come un pinguino di moto da corsa e così lascia inserita la modalità “sport”.
Inizia Guerre Stellari modalità “sport” e già dai titoli che scorrono in prospettiva senti che c’è una perturbazione nella forza. Ma è quando appare la prima astronave di cartongesso che pensi di essere finito nel film-fan di star wars fatto con la telecamera della prima comunione del cugino Vincenzo.
Sì perché questo fa la modalità “sport”. Trasforma il cinema nella comunione del cugino Vincenzo attraverso la tragica aggiunta di frame posticci per “aggiungere realtà” al nostro occhio. Per questo va forse bene per lo “sport” che, ad eccezione del curling, prevede oggetti veloci sullo schermo. In realtà questa funzione potrebbe avere un senso solo se il cameraman, che so in una partita di tennis, si mettesse a seguire la pallina con panoramiche a schiaffo da destra a sinistra e viceversa.
Quando Darth Vader si mette a menare fendenti con spade laser, la modalità “sport”, trasforma il duello in un incontro tra gente vestita in modo improbabile che lottano con gadget di importazione cinese.

Dietro le quinte intanto…
La cosa che mi è assolutamente chiara è che quello che vediamo al cinema in realtà è una sequenza di numerose immagini fisse. 24 immagini fisse per secondo per la precisione. Se assistiamo a un film di 2 ore vedremo più di 170 mila immagini fisse. Ci sono varie teorie sul perché queste immagini fisse si mettano a muoversi. Nessuna di queste è ancora capace di dare una risposta certa a questa autentica magia. Il tutto deve essere legato alla complessità del nostro cervello che già a partire dai 5 frame al secondo “vede” il movimento.

Divagation on:
e se invece fosse proprio la realtà costituita da una serie infinita di fermi immagine e fossimo noi a dargli un senso attraverso lo scorrere del tempo. Le cineprese e le macchine fotografiche allora coglierebbero la vera essenza invece di semplificarla…

Divagation off:
A 10 frame il movimento è già più fluido, ma ancora percepiamo molti scatti… Ci mancano delle informazioni. Dai 20 i movimenti ci sembrano “naturali”. Naturali per come siamo abituati a percepirli al cinema. Non ho capito perché il cinema abbia deciso per la cadenza dei 24 fotogrammi e non 48 o 72 o che so 100, ma probabilmente perché un secolo e passa fa era il miglior compromesso tra qualità del movimento ed economia. Già perché un rullo di – costosa – pellicola a 24 frame dura 10 minuti e non è che se ti viene male il girato ci puoi riregistrare sopra. Devi comprare altra pellicola e rifare da capo. 50 fotogrammi al secondo avrebbero regalato al nostro occhio molta più informazione, ma a un costo doppio. Senza contare che i proiettori avrebbero dovuto girare al doppio con rischi doppi di strappi, inceppamenti, incendi, morti e feriti.
Ah e poi c’è il problema dell’esposizione. Se io faccio correre la pellicola al doppio della velocità resta alla luce la metà del tempo e quindi ne ho bisogno di più sensibile…
Insomma ci sono ottime ragioni per cui è più di un secolo che ci sorbiamo film a 24 fotogrammi al secondo e, alla fine, ci siamo abituati a vedere una realtà a passo “ridotto”. Non solo, ma ci è piaciuta assai perché (ecco la magia del cinema) la realtà ridotta di fatto aumenta la veridicità della finzione. Avete presente le auto volanti di Blade Runner? Non volavano davvero e non erano neanche veramente di lamiera. Erano dei plasticoni. Giocattoli che persino un bambino babbeo schiferebbe. Eppure illuminate in modo giusto, truccate a dovere e riprese alla giusta cadenza… Volano.

Stacco.
Cento e passa anni dopo.

Arriva Peter, nel senso di Jackson e decide che si gira a 48 fps (fotogrammi per secondo). Oggi si può. Grazie al digitale costa più o meno uguale. Ma perché? Perché è cool. Perché le cazzo di panoramiche sulle fottute terre di mezzo soffrono meno l’effetto “strobo”. E’ tutto più fluido, più real, più immersivo, più 3D, più…

Mandate in palestra il vostro occhio, il futuro che ci attende è molto simile a questo:

* Leo Ortolani, Ratman n. 89.

What a fiasco!

Fallimenti con lode e limonata accademica.

Tesi.
L’intestino e il cervello visti da fuori hanno una certa somiglianza. Due organi stratiformi con molte insenature, ripiegamenti, anse e bitorzoli.
Dal cervello, talvolta, transitano pensieri, idee, passioni e tutta quella roba che ci fa Essere. Dall’intestino transitano varie sostanze nutrienti, ciò di cui si nutre il nostro Essere, risultando da questo nutrimento un residuo maleodorante meglio conosciuto come merda.

Antitesi.
Il burlesco affondamento della LegaNord di queste settimane è solo l’ultimo degli epici fallimenti a cui ho assistito dalla finestra della mia breve esistenza. Dopo 23 anni di presa della cittadella politica sventolando cappi e discettando coi rutti la Lega ha misurato sulla sua pelle la distanza siderale che passa tra pensiero e azione. Del resto non ci voleva Nostradamus per prevedere un tale tristo epilogo. Tristo poi solo per quei militanti che ci hanno dato credito come una sorte di fede.

Sintesi.
Quando inverti la funzioni degli organi e digerisci col cervello e cogiti con l’intestino non puoi aspettarti risultati profumati. Ora che la Lega sembra avviata sul viale del tramonto aspettiamo con ansia che qualcuno ci porti verso altri meravigliosi fiaschi, assordandoci con parole il più prive di senso possibile. Un nuovo guru a cui delegare una collettiva digestione cerebrale.


Nella foto: altre grandi patacche degli anni ’90: Il Commodore Amiga CD32 “ready for the future”. La Commodore fallì lo stesso anno della sua uscita.