Aguacaliente e la retorica dei giusti.

Ci sono quei film che anche se li hai visti un migliaio di volte quando passano in tv inevitabilmente li riguardi per la milleunesima volta. Nel mio caso “Per qualche dollaro in più” di Leone, un uomo che non celebriamo mai abbastanza. Una delle scene da cui proprio non riesco a staccarmi è questa:

Così dopo migliaia di visioni comincio a credere che il buon Sergio fosse una specie di vate e che dentro i suoi film vi si possano leggere metafore presenti e future. Così, come un aruspice che pasticcia con le interiora di tacchino (specie intorno al giorno del ringraziamento), ho avuto questa visione.
L’inospitale Aguacaliente non è altro che l’Italia e che i forestieri, che in generale sono sempre poco amati, sono i politici, razza a forte rischio di lapidazione. Se fossimo onesti con noi stessi ammetteremmo che i mostri che abbiamo oggi in Parlamento sono per lo più prodotti nostrani frutto di scelte collettive estremamente conservatrici. E non contenti di aver dato vita a queste creature ormai sfuggite al nostro controllo come i dinosauri di Jurassic Park, stiamo creando altri mostri decerebrati per cercare di ucciderli. Tipo il Movimento 5 stelle che è l’equivalente del napalm per uccidere le zanzare. Come al solito divago. Ciò che qui mi interessa è capire se quel che rimane della sinistra possa in qualche modo attraversare Aguacaliente senza essere di nuovo impallinata.

Nonostante la centunesima delusione mi sono quindi beccato il confronto su Cielo tra i tre gringos candidati alla segreteria del PD. Non sono convinto che queste prove di retorica abbiano un qualche valore per capire se un politico sia davvero in grado di governare un paese che è cosa molto più complicata dello sparare abili battute per ingraziarsi il pubblico. Ma che ci piaccia o meno lo specchio nero che ognuno ha in casa, ossia qualunque schermo capace di trasportare a distanza dei suoni o dei colori, è diventato il principale strumento del dibattito politico e l’abilità nell’utilizzarlo fa la differenza. Alla faccia di chi dice che la tecnologia è neutra. La Storia però è ancora meno neutra e così durante lo spettacolo del duello a tre (triello?) mi è apparsa ancora più evidente del solito come per decenni noi che in qualche modo ci richiamiamo alla sinistra ci siamo imbevuti di retorica, la retorica dei giusti in particolare.
Quella cosa per cui non era ben chiaro perché, ma alla fine alzavi il culo e andavi a votare Pci, Pds, Ds, Pd. Gaber provò a fare un elenco dei motivi per cui si era comunisti, ma alla fine c’erano almeno altrettanti ottimi motivi per non esserlo. Su tutto c’era questo senso di diversità, quest’idea di giustizia che rendeva giusti coloro che portavano quel vessillo. Non importa se la Storia era andata altrove da tempo e se le idee sfumavano sempre di più. Gli “altri” del resto erano ladri ed assassini. Alla fine questo bastava, è bastato. Fino a trasformare quel sentimento di giustizia in un’appartenenza meno che calcistica. Noi siamo i giusti gli altri sono i cattivi. Non sembrò vero agli orfani del comunismo trovare una supermerda come Silvio per riuscire a riciclare la storiella della superiorità morale/intellettuale. Se si perdevano le elezioni era colpa dell’elettorato stupido e ignorante lobotomizzato dalla tv. Anche dopo le ultime elezioni ho sentito molte persone di sinistra ragionare ancora in questi termini pur di non guardarsi allo specchio e ammettere di aver preso ancora una volta un bel granchio. Un tempo anche io ci credevo. Bello assuefatto alla rassicurante retorica dei giusti. Poi ho visto quanto i cosiddetti “diversi” si impegnassero nei fatti ad essere uguali all’apparentemente odiato nemico. Tenuto tra l’altro in vita in tutti i modi, perché ucciderlo avrebbe rotto anzitempo l’incantesimo.
E poi le migliori menti sono con noi. L’intellighenzia è con noi, i cantautori sono con noi, i registi, i teatranti, gli scrittori, i comici… Allora se i migliori sono con noi allora è vero: abbiamo ragione, stiamo dalla parte giusta.

Mi iscrivo a primo babbeo perché su questa base mi sono sorbito per anni una serie di compromessi sempre più al ribasso che neanche un tirannosauro avrebbe digerito.
Prendersi un pezzo di Rai? E’ giusto perché noi amiamo gli ultimi e gli ultimi hanno bisogno della nostra parola tramite la tv. Scalare le banche, gestire gli appalti della sanità e della grande distribuzione? E’ tutto fatto per un fine superiore, per qualcosa di giusto. E sempre più giù fino alla bicamerale, alla mancata legge sul conflitto di interessi e perché no mettere a capo della segreteria politica del PD il ras di Sesto, chiacchierato da anni e poi inquisito. In Puglia, in Calabria, Campania e in Sicilia poi i giusti hanno dato prove di malgoverno e compromissione con altri poteri quasi leggendarie.
L’ultimo regalo dei giusti è stato Alfano vicepremier, la Cancellieri, Fassina e un governo politico tra i più mediocri della Repubblica. Naturalmente, i fini dei giusti sono così alti che per loro è strano che qui, molto più in basso, non si riesca più ad afferrarne il senso.

Stacco. Mille anni dopo, il 29 novembre 2013 in uno studio televisivo…

“Molti anni fa uno scrittore Italo Calvino
Dobbiamo restituire speranza e dignità…
…non c’è un cambiamento profondo senza la profezia della sinistra…
Ad un ragazzo di 20 anni devi dire ragazzo vieni da questa parte perché questa è la parte giusta…”

Caro Gianni,
se invece di leggere solo Calvino provassi ogni tanto a sfogliare Chi o Novella 3000 e  provassi a frequentare meno geni alla D’Alema e parlassi con qualche cretino forse avresti qualche dato in più sul perché si sono persi 3 milioni di voti alle ultime elezioni.
Ci siamo strafatti con le profezie della sinistra. Se ne fosse avverata non dico una, ma almeno mezza.
Caro Gianni io già ti ascoltavo quando avevo 18 anni ed eri segretario della Sinistra Giovanile e dicevi le stesse cose di oggi. Onore alla coerenza, ma i fatti ti danno tragicamente torto. Ai tempi pensavo davvero che fosse la parte giusta. Oggi che ne ho 40 abbondanti ti posso dire che se passi da Aguacaliente e spari questa bazza sarà già buono se indietro riceverai delle palate di sterco di cavallo. Le mie aspettative sono ormai così basse che non voglio che tu mi dica qualcosa di sinistra. Mi basterebbe veder fatta una cosa. Anche non di sinistra, ma fatta e finita, valutabile, pesabile.

Io non so se Civati o Renzi siano una buona risposta o se saranno mai in grado di gestire il casino lasciato dai giusti in società con le supermerde, ma una cosa buona sembrano avercela: hanno buttato alle ortiche quella retorica insulsa e hanno cominciato a parlare di cose che si toccano, cose piccole, anche basse. Non sono giusti, sono solo due che ci provano. L’otto dicembre mi rimetterò in fila e voterò per uno dei due e vedrò se saranno capaci di passare attraverso Aguacaliente senza lasciarci le penne.

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L’onnivoro dubbioso – parte seconda: i simulacri (di P. K. Dick?).

Sono abbastanza fiero di me. Sono già più due mesi che non acquisto carne per mio consumo. Come già spiegavo nella puntata precedente, non pretendo di non toccare del tutto la carne. Se me la offrono e altrimenti andrebbe sprecata la mangio. Anche perché nonostante l’astinenza continua a piacermi assai. Anzi forse l’astinenza me la fa piacere ancora di più. L’altra sera sono stato a una cena a seguito di un matrimonio. Un banco di prova durissimo a cui ho ceduto praticamente subito. L’attacco degli affettati dop è stato travolgente. Li ho gustati con un leggero senso di colpa. Giusto un filo. Del resto non mangiarli non avrebbe risparmiato la vita a nessuna Peppa Pig. A parte questa trasgressione non ho registrato altri cedimenti, ma la mia fede ha fortemente vacillato quando sono finito davanti al tristissimo banco “vegetariano” dell’Esselunga e ho incontrato questo:
ImageQuesto simulacro di hamburger non ha fatto altro che alimentare la mia voglia, in genere scarsa, di un hamburger vero, vivo, pulsante. Sarà la grafica, sarà il logo, sarà che non si può sopportare di leggere l’accostamento delle parole hamburger e soia… E’ come pensare a un gelato gusto vongola. E’ contronatura. E’ come mettere una famiglia gay in uno spot Barilla. E’ peccato. Sacrilegio!
Calma. Devi pensare a qualcosa di bello. Di rilassante. Alla mucca che stai salvando. Ecco. Sì. La mucca mi sarà grata. Se fosse qui mi darebbe una leccata con quella sua bella lingua rasposa, quei suoi occhi teneri, quello stinco sensuale… No lo stinco no! Non pensare allo stinco!
Fade out.
Fade in.
E’ il momento della verità. Alla fine ho preso proprio la versione “indiana” sperando che la spezia coprisse il più possibile il sapore e l’idea stessa della soia che a me ha sempre fatto @agar@. Fuori dal cartone devo superare un’altra barriera di plastica abbastanza spessa prima di arrivare al disco simulatore della carne la cui consistenza è pressoché identica a quella della suola gommosa delle Clark. Anche se la confezione promette la possibilità di non usare condimento io abbondo con l’olio sul fondo pentola. Si fottano le 166 calorie. Intanto, ho preparato un piatto di pomodorini, lattughino, senape e tabasco per occultare ulteriormente il sapore. In caso di emergenza tengo a portata di mano lo scopino del cesso con cui togliermi il saporaccio dalla lingua.
Impiatto con la dovizia di un Master Chef un medaglione dorato coperto di formaggio e poi    mi accingo all’assaggio. Chiudo gli occhi e mastico…
Mi sfugge sempre di più la ragione di chiamarlo hamburger, ma tutto sommato non è male. E’ una cosa discretamente gradevole. Non mi spingo oltre nel lodarlo. Non so se riuscirà a placare il mio desiderio di carne, ma il suo compito alimentare l’ha svolto egregiamente.
Tutto sommato soddisfatto vado a fare una donazione con la mia PayPal alla ricerca per la carne sintetica da cellule staminali.
L’ora del fallimento è sempre più vicina.

Non sapendo né leggere né scrivere ho scritto un libro.

E’ molto probabile che al giorno d’oggi esistano più scrittori che lettori e che il numero di opere letterarie pubblicate ogni anno sulla terra superi i suoi pur numerosi abitanti. Se ciò fosse vero ogni libro avrebbe meno di un lettore. Zero virgola qualcosa lettori a libro. Per i pochi lettori rimasti quindi l’uscita di un nuovo libro non comporta certo un evento. Per chi invece lo fa invece è un piccolo parto. Alla fine, buon ultimo, ci sono arriva anch’io. Così come, a un certo punto della vita, è diventato più interessante e divertente farli i film che guardarli così mi è capitato anche con lo scrivere un ebook. Per la fortuna dello zerovirgolalettore non si tratta di una biografia né di un romanzo, ma di una raccolta di sceneggiature di cortometraggi selezionate tra le tante che ho scritto da quando mi sono messo a fare il filmmaker (e forse anche qualche minuto prima).
Infatti, il titolo pirandelliano “Sei cortometraggi in cerca di produttore” dice già tutto. Con la precisazione che il produttore che si cerca è coincidente con il lettore giacché ogni euro ricavato dalla sua diffusione sarà destinato alla produzione di uno dei sei cortometraggi. Così, in una sorta di cortocircuito mediatico, il libro assolve a due funzioni: quello di raccontare per iscritto, ma anche, un giorno, quello di raccontare per immagini.

Il libro verrà rilasciato gratuitamente il 20 settembre sulla pagina:
www.alexthecat/seicortometraggi

Nel mentre, visto che mi spaccio per filmmaker, il minimo da farsi era un book trailer. Buona lettura e poi, magari un giorno, buona visione.

Una cosa divertente che mi toccherà rifare.*

*Reinterpretazione del titolo di un libro di D.F.Wallace che racconta la sua esperienza in crociera “Una cosa divertente che non farò mai più”.

Il termine “riminesco” in alcune regioni della mia famiglia ha da sempre una connotazione negativa. Per alcuni miei parenti è sinonimo di scomposto affollamento di umani, chiasso molesto, sabbia che tediosamente ti si infila tra le mutande, casino. E’ un termine tipicamente usato in quegli ambienti un po’ snob tipici della sinistra chic che tanto danno hanno recato al paese non venendo capiti dalla massa di elettori che li hanno sempre, a loro volta, snobbati. E’ quell’atteggiamento che ha fatto sì che da ragazzo abbia passato le mie estati tra boschi liguri e isole sperdute del mediterraneo. Entrambi paesaggisticamente encomiabili e pochissimo rimineschi, ma con un impatto del tutto tragico sulla mia vita sociale e conseguentemente sessuale.
Provate voi anche solo a limonare con qualcuno o qualcosa nel mezzo della macchia mediterranea a minimo 15km dal primo centro abitato. Sarà già buono se avrete una copula passiva con un cinghiale. A me nemmeno quella. A salvarmi da una vita di castità arrivò poi una ragazza, ma ero ormai nel tardo liceo e poi questa è un’altra storia. Una storia adriatica.
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Perché a salvarmi dall’ignoranza loci (mi piace usare il latino ad favam) è arrivato Leo (cioè mio figlio di un anno e mezzo) e la crisi economica. Mi chiedo se questa combinazione sia frutto del caso o meno. Magari è solo una mia sensazione, ma mi sembra che proprio in concomitanza della crisi i miei coetanei si siano messi a investire in figli. E ciò sembrerebbe un controsenso perché oggi più che mai un figlio è l’opposto di un investimento economico (“the opposite of an economic investment”. P.Krugman Premio Nobel per l’economia). Invece, a sancire la morte definitiva (finalmente) dell’edonismo reaganiano vedo un sacco di bimbi nuovi. Anche perché, effettivamente, per quanto il mondo degli oggetti sia sempre più suadente non esiste nulla al mondo che possa sostituire la bellezza di sentirsi chiamati papà da un essere alto 82 centimetri. Ma questa è un’altra storia. Questa è una storia riminesca.
UnaCosa9La prima cosa che ho scoperto è che sulla riviera romagnola puoi scegliere il livello di coinvolgimento che preferisci. L’offerta, infatti, spazia dai patiti della discoteca fino alle 6 del mattino al convento benedettino e abbraccia praticamente ogni fascia di età. Chiaramente,  esistono città più vicine a un pubblico supergiovane et spensierato e altre più inclini alla sobrietà montiana, ma in ogni luogo si cerca di soddisfare il più vasto pubblico possibile. A volte ciò porta a curiosi accostamenti: funzioni religiose seguite a breve distanza di tempo e spazio da danze popolari, bande di paese, break dancer. Così si soddisfa sia l’anima che l’animo.

UnaCosa4Altra cosa che si impara ad apprezzare subito è la FAR, la Famosa Accoglienza Romagnola. Se l’Italia fosse popolata da emiliani-romagnoli sarebbe il posto più gentile d’Europa. Il turista non solo è rispettato, ma effettivamente coccolato e in modo da farlo sembrare disinteressato. Magari è stata solo fortuna, ma anche il più piccolo problema il romagnolo, come il migliore dei Mister Wolf, in breve, te lo risolve. La Romagna sarebbe il posto giusto dove disfarsi di un cadavere che ti ha imbrattato i sedili posteriori dell’auto di sangue. Io comunque credo poco alla fortuna. Sono stato troppo tempo in Liguria e in Sicilia per credere alla fortuna.
Il romagnolo è efficiente e tende a pulire tutto. Le strade, le piazze, la sabbia. Sono un po’ svizzeri i romagnoli. O forse perché si adeguano al turismo crucco che apprezza più di noi queste sottigliezze e che, infatti, affolla in massa questi litorali.
UnaCosa2Come Casadei (Raul) comanda.
Un’altra cosa curiosa del posto in cui ero consiste in quel misto di ordine e libertà anche qui un po’ crucco e lontano dai normali parametri italici. Le tavole delle leggi sono poche, qualche cartello in giro giusto a ricordare alcuni principi base di convivenza, ma molto meno che in altri posti (tipo la simpatica Liguria) dove ti elencano anche cosa puoi o non puoi mangiare e quanto rumore in decibel puoi produrre nell’arco di una giornata. E’ sull’esecuzione della legge che si nota maggiormente la differenza. Dal nulla sbucano tizi a ricordarti, sempre gentilmente, che questo o quello non va. Per esempio, non sceglierei la romagna per suicidarmi gettandomi tra i marosi. Verrei ripescato al primo sorso d’acqua dal bagnino fantasma che poi mi farebbe anche la ramanzina per il mio atto scellerato. Se l’Italia fosse popolata da romagnoli il codice civile e penale probabilmente avrebbero la dimensione di un pamphlet, ma questa è un’altra storia. Una storia di mare e terra.
UnaCosa3Sì ma il mare?
Mettiamola così. Dalle ore 7 alle 9,30 del mattino e dalle 18,30 al tramonto il mare è quasi caraibico. Pulito, cristallino, bandiera blu etc. etc. che ti verrebbe voglia di berlo. Nelle altre ore varia a seconda dell’uso e dell’onda da un colore grigio topo alla pozzanghera di fango. Perché il tipo di sabbia e il fondale piuttosto basso per diverse decine di metri fa sì che bastino poche persone o un’onda appena un po’ violenta per intorbidire il tutto. La sabbia non è il mio ideale e ha questa tendenza a seguirti per chilometri anche lontano dalla spiaggia. Si affeziona diciamo. Però è estremamente ludica e Leo, come la maggior parte dei bambini, ne apprezzava la morbida e fuggevole consistenza, nonché il fatto di avere tra le mani un’inesauribile occasione di creazione e distruzione di forme e formine. Si aggiungano conchiglie di ogni fattezza, pesci che ti si infilano tra le gambe, nonché centinaia di granchi facilmente catturabili (io mi rendevo la vita più complessa catturandoli a mano per non ferirli, una sorta di buonismo veltroniano per nulla di esempio per il resto dei bagnanti) per rafforzare la sensazione di stare in un luogo salubre.
Dove poi non domina l’ombrellone, sulla spiaggia è un fiorire di giochini per grandi e piccini, sempre ben tenuti, dalle forme bizzarre e un poco circensi.

UnaCosa6Se quindi il romagnolo ha saputo usare diligentemente la risorsa marina, lo stesso non si può dire di quella terrestre. Nonostante un terreno pianeggiante e facilmente organizzabile lo sviluppo edilizio è in molti casi disordinato e spesso portato all’eccesso. Anche perché a differenza di altre zone d’Italia ricche di ecomostri solo abbozzati il romagnolo, purtroppo, finisce ciò che ha iniziato con l’efficienza crucca già accennata in precedenza. Tra Rimini e Cattolica se ne vedono di ogni. Zone ben curate con case anche pregevoli (Rimini è in diverse parti anche molto bella), ma subito compensate da caserme in stile sovietico a due passi dal mare appiccicate l’una all’altra. Sembra che molte amministrazioni abbiano dato agli architetti la licenza di uccidere. Il paesaggio. Tipo quando dal nulla sorgono tre grattacieli di una bruttezza indescrivibile praticamente appoggiati sul mare pensi al geometra dell’ufficio tecnico del Comune e alla sua nuova piscina. E all’incazzatura di quelli che pochi anni prima avevano la vista mare. Il verde, almeno sulla costa, è piuttosto scarso. Se l’Italia fosse la Romagna sarebbe un unico palazzone. Ben curato, con due piantine per ogni piano e una lunga pista ciclabile a circondarlo. Ma questa, di nuovo, è un’altra storia. E’ una storia con un po’ di finzione.
UnaCosa7
Un giorno, verso il tramonto, sulla battigia semideserta io e Leo incontriamo un bambino di circa 5 anni che ricorda moltissimo Brad Pitt. La somiglianza non era casuale, perché, poco dopo, compare Brad Pitt.
Ci presentiamo, è molto simpatico, ammetto di essere un po’ emozionato, ma subito cala un silenzio imbarazzato. Brad ha lo sguardo fisso verso il mare. Sembra rimuginare qualcosa con l’atteggiamento del Bronzo di Riace.
Non so bene cosa fare o dire e quindi rimango a guardare il mare anche io rimuginando qualcosa nell’atteggiamento del secondo Bronzo.
Dopo un periodo che mi è parsa una mezza eternità Brad sbotta, sempre con lo sguardo fisso verso il mare.
Dai chiedimelo.
No vabbè.
Dai, coraggio. So che vuoi saperlo.
Sì è vero. Brad ma che cazzo ci fai a Misano Adriatico?
Ci faccio quello che ci fai tu. Delle vacanze rilassanti e piacevoli in famiglia lontano dai fastidi quotidiani.
Sì ma tu potresti comprarti un’isola deserta.
Non mi pare il momento di esibire il proprio status e poi la gente di qui mi piace. Sono gentili, premurosi, sembra di stare in crociera senza lo svantaggio del mal di mare e dell’equipaggio vestito da maggiordomo. E poi la città sembra un set cinematografico d’altri tempi. Le case color pastello, gli alberghi sul mare ricordano gli anni ’60 quando tutto sembrava accessibile per tutti. E qui effettivamente la promessa sembra mantenuta.

Quando Brad parla sono pietre che rotolano. Quando uno lo vede sullo schermo pensa: è un bel manzo, ma poi se lo conosci scopri che ha anche un bel cervello. Che invidia. Io sono solo un bel manzo.
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Foto cartolinose by me & Sony Rx100.

SPOILER ALERT: SEI UN MORTOZZOMBIE!

ImageAlla ricerca di un senso per World War Z.

Da quando solcano le tele cinematografiche gli zombie hanno sempre rappresentato qualcosa di più di una massa di putrefatti invasati che camminano storti.
Sono stati metafore del pericolo rosso, della rivolta studentesca, ma anche specchio in cui riflettere le nostre pulsioni inconsce etc. etc.

Se World War Z fosse stato girato in Italia la metafora zombesca questa volta sarebbe stata facile facile: i mortozzombie della prima repubblica da una parte e Peppe Pitt dall’altra. Se non fosse che qui pure l’eroe viene morsicato dal virus del potere e diventa più mortozzombie dei mortozzombie. Tragico et disperado final.

Ecco il punto mancante del film o meglio di cui si sente un po’ la mancanza: un qualsiasi sfondo su cui dipingere il cataclisma zombico. Se non una spruzzata di classica visione eco-reazionar-malthusiana con la natura che trova un sistema “stronzo” per contenere quella piaga di nome umanità. E dire che il regista Marc Forster non è che quando si tratta di pipponi sia uno che si tiri indietro (Monster’s Ball, Il cacciatore di aquiloni). Però è anche uno che ama l’azione per il gusto dell’azione. Ok allora azione.

L’inizio effettivamente è scoppiettante. In meno di 3 minuti comincia la festa. Ritmo serrato, belle scene di massa, regia coinvolgente. Ma subito un brivido percorre la mia schiena di spettatore di cazzate ormai rodato. Sarà il film di azione di tipo A, ossia che parte loffio e poi ti riserva il botto alla fine o sarà il film di tipo B che parte col botto e finisce loffio? Per tutto il tempo spero che sia il tipo C. Quello che parte forte e finisce fortissimo, ma, Spoiler Alert, devo tristemente ammettere che è il tipo B.
A un certo punto, circa a metà del guado, si sente una voce che dice: basta scene faraoniche ragazzi! E se poi non rientriamo dai 130 milioni spesi di cui metà per Brad e soci e l’altra metà per dei ladri degli effetti speciali?
– Amico a quanto li fai gli effetti oggi? Cosa? Così tanto? Ok dammene solo 3.

Da quel momento il film si appiattisce sul survival minimalista con riesumazione del solito posto buio da cui emergono i cattivi a fare buh! e dei corridoi della paura monitorati dalla solita isterica che potrebbe benissimo gridare da un momento all’altro “Dallas! Dallas!” come se fosse nel primo Alien.

A ciò si aggiungano varie ridicolaggini di sceneggiatura sparse qui e là tanto per non farci dimenticare che è tutto un barbatrucco filmico oppure che bisognava investire di più in sceneggiatori.

Comunque Brad è ok. Devo dire che sono da sempre un suo estimatore perché nonostante la mascella da fighetto sa dare spessore ai suoi personaggi. Mi ricordo che cominciai ad apprezzarlo all’inizio dei meravigliosi anni ’90 con Intervista col vampiro. Lì il ragazzo già mostrava di saper gestire il personaggio anche più tormentato senza finire nel macchiettismo tipico del suo compagno di allora Tom.
Aggiungo che Tom a parte un paio di interpretazioni in cui funzionava (forse perché faceva se stesso) non l’ho mai amato particolarmente. Infatti, quando vedo un suo film sento sempre una voce dietro che mi dice:
– Pensa come sarebbe stato meglio il film con un altro… Pensaci. Eh!
– Ok ci penso. Adesso però posso continuare a vedere il film peggiorato da Tom?

Brad qui è il Rassicuratore. Si accenna a un suo passato in cui ne ha viste di ogni motivo per cui i mortozzombie gli sembrano routine, senza però entrare nello specifico. Quando a un certo punto sembra vuotare il sacco sul suo passato annuncia addirittura di essere dell’Onu. Qui anche le controfigure sghignazzano in modo eclatante. Come se avesse rivelato di essere cintura nera di danza classica. E’ evidente che manca qualche tassello che ci verrà spiegato nell’inevitabile sequel.

 Comunque è talmente sereno che ti fa venir voglia di averlo come migliore amico nelle situazioni di merda.
– Pront Pitt? Ho la casa circondata da mortozzombie, un tizio con una motosega che mi insegue per il soggiorno e il verme solitario…
– Tranquillo, fingiti malato grave (tecnica per i mortozzombie) e usa una catena per grippare la motosega.
– E per la tenia?
– Droncit. 10 mg per chilo di peso per via orale. Due somministrazioni.

Ecco alla fine il film ti lascia un po’ quel vuoto di senso (o senso di vuoto) tipico di una purga molto forte. Forse era l’effetto desiderato per convincermi a ripetere l’esperienza con il 2 e il 3. Se ripenso però a “28 giorni dopo”, copione simile, ma diretto dal buon vecchio Danny Boyle, non si può che convenire sul luogo comune che i soldi, da soli, non sono sufficienti a dare la felicità.

I sogni dei più piccoli restano i più grandi.

Negli occhi di un indigeno primitivo di un pianeta non meglio specificato si coglie per un lungo istante lo stupore nel vedere un’astronave emergere dall’oceano. Lo sguardo di noi spettatori incrocia il suo e trasforma lo stupore in gioia infantile, come se a sollevare l’astronave ci fosse la mano di un grande bambino che gioca in un proprio universo inventato. Dove tutto può accadere, tutto si può avverare, si può correre, saltare, volare, apparire e scomparire, distruggere e ricreare le cose.
Ma ora scusate devo tornare a far volare l’Enterprise…

Superman ucciso dalla Kindleite.

Queste foto a testimonianza di quanto rimane della Fnac di Milano in via Torino. Sono andato a salutarla prima che chiudesse i battenti dopo circa un decennio. Fino a poco fa ci si preoccupava della sparizione delle piccole e medie librerie per colpa delle grandi catene e centri commerciali. Ora è arrivata la nemesi anche per le grandi catene e, crisi a parte, la ragione sta nella distribuzione digitale che sta cominciando a spazzare via i punti vendita così come li conoscevamo. Un cambiamento così veloce e così pesante non si vedeva dai tempi dell’abbandono delle fabbriche nei contesti urbani i cui resti si vedono ancora oggi nelle famose aree dismesse spesso riconvertite in desolanti centri commerciali. Bisognerà inventarsi qualcosa se non vogliamo che al posto di questi luoghi sia in centro come in periferia non restino dei deserti in stile “Io sono leggenda” e soprattutto che chi ci lavorava non diventi lo zombie di “Io sono leggenda”.
Fnacaddio 1
Fnacaddio 2
Fnacaddio 3