SPOILER ALERT: SEI UN MORTOZZOMBIE!

ImageAlla ricerca di un senso per World War Z.

Da quando solcano le tele cinematografiche gli zombie hanno sempre rappresentato qualcosa di più di una massa di putrefatti invasati che camminano storti.
Sono stati metafore del pericolo rosso, della rivolta studentesca, ma anche specchio in cui riflettere le nostre pulsioni inconsce etc. etc.

Se World War Z fosse stato girato in Italia la metafora zombesca questa volta sarebbe stata facile facile: i mortozzombie della prima repubblica da una parte e Peppe Pitt dall’altra. Se non fosse che qui pure l’eroe viene morsicato dal virus del potere e diventa più mortozzombie dei mortozzombie. Tragico et disperado final.

Ecco il punto mancante del film o meglio di cui si sente un po’ la mancanza: un qualsiasi sfondo su cui dipingere il cataclisma zombico. Se non una spruzzata di classica visione eco-reazionar-malthusiana con la natura che trova un sistema “stronzo” per contenere quella piaga di nome umanità. E dire che il regista Marc Forster non è che quando si tratta di pipponi sia uno che si tiri indietro (Monster’s Ball, Il cacciatore di aquiloni). Però è anche uno che ama l’azione per il gusto dell’azione. Ok allora azione.

L’inizio effettivamente è scoppiettante. In meno di 3 minuti comincia la festa. Ritmo serrato, belle scene di massa, regia coinvolgente. Ma subito un brivido percorre la mia schiena di spettatore di cazzate ormai rodato. Sarà il film di azione di tipo A, ossia che parte loffio e poi ti riserva il botto alla fine o sarà il film di tipo B che parte col botto e finisce loffio? Per tutto il tempo spero che sia il tipo C. Quello che parte forte e finisce fortissimo, ma, Spoiler Alert, devo tristemente ammettere che è il tipo B.
A un certo punto, circa a metà del guado, si sente una voce che dice: basta scene faraoniche ragazzi! E se poi non rientriamo dai 130 milioni spesi di cui metà per Brad e soci e l’altra metà per dei ladri degli effetti speciali?
– Amico a quanto li fai gli effetti oggi? Cosa? Così tanto? Ok dammene solo 3.

Da quel momento il film si appiattisce sul survival minimalista con riesumazione del solito posto buio da cui emergono i cattivi a fare buh! e dei corridoi della paura monitorati dalla solita isterica che potrebbe benissimo gridare da un momento all’altro “Dallas! Dallas!” come se fosse nel primo Alien.

A ciò si aggiungano varie ridicolaggini di sceneggiatura sparse qui e là tanto per non farci dimenticare che è tutto un barbatrucco filmico oppure che bisognava investire di più in sceneggiatori.

Comunque Brad è ok. Devo dire che sono da sempre un suo estimatore perché nonostante la mascella da fighetto sa dare spessore ai suoi personaggi. Mi ricordo che cominciai ad apprezzarlo all’inizio dei meravigliosi anni ’90 con Intervista col vampiro. Lì il ragazzo già mostrava di saper gestire il personaggio anche più tormentato senza finire nel macchiettismo tipico del suo compagno di allora Tom.
Aggiungo che Tom a parte un paio di interpretazioni in cui funzionava (forse perché faceva se stesso) non l’ho mai amato particolarmente. Infatti, quando vedo un suo film sento sempre una voce dietro che mi dice:
– Pensa come sarebbe stato meglio il film con un altro… Pensaci. Eh!
– Ok ci penso. Adesso però posso continuare a vedere il film peggiorato da Tom?

Brad qui è il Rassicuratore. Si accenna a un suo passato in cui ne ha viste di ogni motivo per cui i mortozzombie gli sembrano routine, senza però entrare nello specifico. Quando a un certo punto sembra vuotare il sacco sul suo passato annuncia addirittura di essere dell’Onu. Qui anche le controfigure sghignazzano in modo eclatante. Come se avesse rivelato di essere cintura nera di danza classica. E’ evidente che manca qualche tassello che ci verrà spiegato nell’inevitabile sequel.

 Comunque è talmente sereno che ti fa venir voglia di averlo come migliore amico nelle situazioni di merda.
– Pront Pitt? Ho la casa circondata da mortozzombie, un tizio con una motosega che mi insegue per il soggiorno e il verme solitario…
– Tranquillo, fingiti malato grave (tecnica per i mortozzombie) e usa una catena per grippare la motosega.
– E per la tenia?
– Droncit. 10 mg per chilo di peso per via orale. Due somministrazioni.

Ecco alla fine il film ti lascia un po’ quel vuoto di senso (o senso di vuoto) tipico di una purga molto forte. Forse era l’effetto desiderato per convincermi a ripetere l’esperienza con il 2 e il 3. Se ripenso però a “28 giorni dopo”, copione simile, ma diretto dal buon vecchio Danny Boyle, non si può che convenire sul luogo comune che i soldi, da soli, non sono sufficienti a dare la felicità.

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Di varie cose tra cui Hugo Cabret.

C’è un antico cinema a Milano, l’Orfeo, che ha mantenuto antichi riti nonostante una recente trasformazione in multisala. La coda alle casse, il posto libero, i film rigorosamente doppiati in italiano, le stesse maschere da 30 anni, il popcorn e l’intervallo. Quest’ultimo avviene di solito senza uno studio preciso del momento. Che ci sia una dichiarazione d’amore o un inseguimento a perdifiato lui arriva e ti strappa dalla sospensione dell’incredulità con la stessa violenza di una bolletta del riscaldamento. Si accendono le luci, sullo schermo appare una locandina fatta da Mio-Cuggino-Che-Da-Grande-Vuole-Fare-ilGrafico e sotto una bella musichetta che non c’entra un cazzo, ma che piace ai giovani. Anche ieri uguale. Nel mezzo dell’ultimo di Scorsese paf la luce. Che però ha avuto un pregio anzi due. Il primo nel ridestarci da un “primo tempo” che sembrava infinito e che mi stava accompagnando verso la sospensione della coscienza. Il secondo pregio è stato apprezzare il pubblico intorno che è un po’ quel plus che nessun blu-ray/mkv/streaming ti può dare e che costituisce ancora uno dei migliori motivi per alzare il culo dal divano. Nella fila davanti alla mia compagnia c’era un’altra compagnia di due generazioni più giovane.
Cinque o sei dodici-tredicenni da film. Tra cui: lo smilzo con i brufoli, il secchione, il bellino e naturalmente il ciccio simpatico. A parte la ragazza e l’asiatico, in pratica i Goonies.
L’epoca Goonies è quel periodo che viene subito dopo il bambino e prima dell’adolescente. Sei già abbastanza consapevole di te stesso, ma non ancora abbastanza per vedere il lato oscuro del mondo. Vivi tutto come un’avventura in salsa di commedia. E ridi per qualsiasi pirlata. Sai cosa sono le bestemmie, ma sono ancora camuffate da “porca madoska” perché grandi motivi di bestemmiare ancora non ne hai.
C’è ancora molta leggerezza prima che la scuola si trasformi in quel tritacarne stile “The Wall” che tende a ricondurre la tua fantasia a salsicce da vendersi al Mercato. Che film i Goonies. Si gustava allora e si gusta ancora con quel mondo segreto agli adulti che dava il senso della clandestinità e dell’avventura. Anche Hugo Cabret vorrebbe rivolgersi in parte allo stesso pubblico, ma i personaggi sono poco leggeri e troppo intellettuali. Un po’ tutta la struttura ricorda un salotto (buono) in stile ottomano e visto che parla di ingranaggi e dell’ingranaggio magico del cinema la battuta facile che viene è che almeno per quello che l’Orfeo chiama primo tempo il film non ingrana.
Poi Martin, che tutti noi amiamo come un padre, si ricorda di riesumare il personaggio principale, ossia il cinema e in particolare le sue leggendarie origini. Il film si trasforma in un bel documentario in forma di fiction. Per chi come me è abbonato ad American Cinematographer e ha letto il bell’articolo sul restauro in digitale del “Le Voyage Dans La Lune” di Melies l’operazione nostalgia funziona perfettamente e perfino commuove. Il film che era stato colorato a mano fotogramma per fotogramma è stato il pioniere del cinema fantastico con delle trovate artistiche insuperate. E’ stata una vera e propria operazione di archeologia perché la pellicola, vecchia più di cent’anni, era ridotta letteralmente in frammenti. Qui Martin con grande classe ci mostra altri capisaldi delle origini dell’ultima musa inventata dagli umani e che ancora non ha trovato un successore (forse internet che come il cinema è un’arte contenitore?). Al di là delle belle immagini in 3D non so però quanto gli amabili Goonies davanti a noi e il resto del pubblico abbiano apprezzato un film così tanto per nerd del cinematografo. Un film museale, detto in senso buono. Anche a me, alla fine, più che altro è tornata la voglia di vedere un film di Richard Donner. Uno che ha sempre fatto volare in alto la fantasia pur restando ben fisso con i piedi per terra.

Nel tragitto tra casa e l’Orfeo ho anche girato nei giorni scorsi alcune immagini buone per il seguito di Fargo.