Pensieri tipici del Mercoledì.

Se volessimo tentare di dare un senso storico-politico a ciò che passa il convento televisivo nordamericano si potrebbe pensare di trovarsi in una sorta di età ellenistica prodromica della fine dell’impero.
Noi europei assorbiamo ormai al 90% le storie provenienti dall’oltreoceano come se fossero nostre. Anche perché noi, persa ogni velleità egemonica sia politica che culturale, non sembriamo aver molto da dire. Diciamo che preferiamo ascoltare e, semmai, rifletterci sopra.
Nel mentre, gli yankee meditano sulla Fine e sul senso della vita con una consapevolezza “cristallina” che non si era mai vista. E l’impressione è che sotto ci sia la coscienza che il loro ruolo dominante stia per esaurirsi, che il proprio modello non sia il migliore possibile, proprio quando la loro narrazione e la loro lingua diviene la più diffusa nel mondo.
Sono soprattutto le serie televisive a dare il polso di questa illuminata decadenza. Non si celebra più il bianco candido della famiglia americana, quella degli happy days (o quella dei neodominatori alla Dallas), ma si testimonia la poesia della confusione, del grigio e intricato mondo dei sentimenti, dell’incertezza, del divenire e specialmente del finire.
Un bellissimo punto di vista sul nulla.

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Di varie cose tra cui Hugo Cabret.

C’è un antico cinema a Milano, l’Orfeo, che ha mantenuto antichi riti nonostante una recente trasformazione in multisala. La coda alle casse, il posto libero, i film rigorosamente doppiati in italiano, le stesse maschere da 30 anni, il popcorn e l’intervallo. Quest’ultimo avviene di solito senza uno studio preciso del momento. Che ci sia una dichiarazione d’amore o un inseguimento a perdifiato lui arriva e ti strappa dalla sospensione dell’incredulità con la stessa violenza di una bolletta del riscaldamento. Si accendono le luci, sullo schermo appare una locandina fatta da Mio-Cuggino-Che-Da-Grande-Vuole-Fare-ilGrafico e sotto una bella musichetta che non c’entra un cazzo, ma che piace ai giovani. Anche ieri uguale. Nel mezzo dell’ultimo di Scorsese paf la luce. Che però ha avuto un pregio anzi due. Il primo nel ridestarci da un “primo tempo” che sembrava infinito e che mi stava accompagnando verso la sospensione della coscienza. Il secondo pregio è stato apprezzare il pubblico intorno che è un po’ quel plus che nessun blu-ray/mkv/streaming ti può dare e che costituisce ancora uno dei migliori motivi per alzare il culo dal divano. Nella fila davanti alla mia compagnia c’era un’altra compagnia di due generazioni più giovane.
Cinque o sei dodici-tredicenni da film. Tra cui: lo smilzo con i brufoli, il secchione, il bellino e naturalmente il ciccio simpatico. A parte la ragazza e l’asiatico, in pratica i Goonies.
L’epoca Goonies è quel periodo che viene subito dopo il bambino e prima dell’adolescente. Sei già abbastanza consapevole di te stesso, ma non ancora abbastanza per vedere il lato oscuro del mondo. Vivi tutto come un’avventura in salsa di commedia. E ridi per qualsiasi pirlata. Sai cosa sono le bestemmie, ma sono ancora camuffate da “porca madoska” perché grandi motivi di bestemmiare ancora non ne hai.
C’è ancora molta leggerezza prima che la scuola si trasformi in quel tritacarne stile “The Wall” che tende a ricondurre la tua fantasia a salsicce da vendersi al Mercato. Che film i Goonies. Si gustava allora e si gusta ancora con quel mondo segreto agli adulti che dava il senso della clandestinità e dell’avventura. Anche Hugo Cabret vorrebbe rivolgersi in parte allo stesso pubblico, ma i personaggi sono poco leggeri e troppo intellettuali. Un po’ tutta la struttura ricorda un salotto (buono) in stile ottomano e visto che parla di ingranaggi e dell’ingranaggio magico del cinema la battuta facile che viene è che almeno per quello che l’Orfeo chiama primo tempo il film non ingrana.
Poi Martin, che tutti noi amiamo come un padre, si ricorda di riesumare il personaggio principale, ossia il cinema e in particolare le sue leggendarie origini. Il film si trasforma in un bel documentario in forma di fiction. Per chi come me è abbonato ad American Cinematographer e ha letto il bell’articolo sul restauro in digitale del “Le Voyage Dans La Lune” di Melies l’operazione nostalgia funziona perfettamente e perfino commuove. Il film che era stato colorato a mano fotogramma per fotogramma è stato il pioniere del cinema fantastico con delle trovate artistiche insuperate. E’ stata una vera e propria operazione di archeologia perché la pellicola, vecchia più di cent’anni, era ridotta letteralmente in frammenti. Qui Martin con grande classe ci mostra altri capisaldi delle origini dell’ultima musa inventata dagli umani e che ancora non ha trovato un successore (forse internet che come il cinema è un’arte contenitore?). Al di là delle belle immagini in 3D non so però quanto gli amabili Goonies davanti a noi e il resto del pubblico abbiano apprezzato un film così tanto per nerd del cinematografo. Un film museale, detto in senso buono. Anche a me, alla fine, più che altro è tornata la voglia di vedere un film di Richard Donner. Uno che ha sempre fatto volare in alto la fantasia pur restando ben fisso con i piedi per terra.

Nel tragitto tra casa e l’Orfeo ho anche girato nei giorni scorsi alcune immagini buone per il seguito di Fargo.