Un disordinato flusso di incoscienza.

Quando per giorni e giorni non riesco ad avvicinarmi a una tastiera o a un foglio per trascrivere in modo coerente i vari pensieri che mi trapassano capita che le idee sospese nell’aria si diradino col tempo come nubi. Ciò che ne rimane può essere questo…

Video Kills the Book Stars?

Ho il sospetto che la storia passi più che dalle rivoluzioni da progressivi aggiornamenti. Un’evoluzione di cui spesso si ignora la presenza perché è talmente lenta, latente, sottile che uno se ne rende conto solo quando si volta indietro un attimo e vede che il treno, che pareva immobile, ha lasciato la stazione già da centinaia di chilometri. Ma forse sarebbe meglio dire da migliaia di miglia. Perché ormai siamo più americani degli americani e il miglio, che è sempre verde, è anche più lungo.
Per scendere sul campo da gioco vero e proprio c’è da notare che da qualche annetto, forse già dall’inizio del terzo millennio, si sta affermando una forma di intrattenimento che è di fatto letteratura televisiva o video letteratura. Le serie tv, nella loro recente evoluzione, sono il terreno di caccia dei migliori scrittori su piazza, con il vantaggio, rispetto al cinema di restituire molte se non tutte le sfumature proprie di un romanzo. E forse di più. La video letteratura è una sorta di realtà aumentata per la letteratura. A ben pensarci non è che sia poi tutta questa rivoluzione, perché la trasposizione di un romanzo in tv è una cosa che si faceva già dai tempi della tv in bianco e nero e la Rai ne faceva di ottimi tratti dai grandi romanzi. L’evoluzione sta nel fatto che i prodotti sono pensati per il mezzo cinetelevisivo e, soprattutto gli anglosassoni che ne hanno fatto un’industria, sanno utilizzare in modo superbo ogni tecnica di narrazione per rendere vivi personaggi che entrano nell’immaginario collettivo.
Così ha poco senso oggi chiedere alle persone quanti libri leggono in un anno per misurarne il grado di cultura. Oggi alcuni dei libri migliori si leggono in tv.
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C’è qualcosa nell’aria che mi dice che io morirò (cit.).

Alcune riflessioni al limite del geniale. Oggi ci dicono che siamo circa 7 miliardi. Ma se facessimo una fotografia capace di contenere i volti di tutti gli umani oggi viventi e tra diciamo 120-130 anni qualcuno la riguardasse questo qualcuno potrebbe dire: ecco questi sette miliardi di umani sono tutti morti. Tutti tranne due. L’indiano che oggi afferma di avere 179 anni e Silvio Berlusconi. A parte questa significativa eccezione non ci sono dubbi sul fatto che prima o poi toglieremo tutti quanti il disturbo.
Questo sistema escogitato dalla natura per mantenere il mondo dinamico e in evoluzione è molto efficiente, ma sono in pochi a prendere sportivamente questa regola base e anche io mi ci adatto con difficoltà. Molti, anche organizzandosi in chiese, culti etc., si sono inventati tutta una serie di mondi alternativi, dimensioni parallele, dei, castighi e premi pur di non sottostare a questo rigido regolamento. I “lacci e lacciuoli” dell’oltretomba. Nessuna di queste storie, al momento, mi convince, ma non posso neanche dire di essere convinto che la cosa finisca con l’ultimo battito cardiaco. Il che un po’ mi inquieta perché forse preferisco che non ci sia un dopo o un tragico eterno ritorno ché, come diceva Woody Allen, poi mi toccherebbe assistere altre repliche di Holiday on Ice.
Ma non è il dopo che mi interessa in questa sede. E’ la multimedialità associata al trapasso che crea degli effetti abbastanza interessanti e a volte spiazzanti.
L’effetto “sesto senso” ossia vedo gente morta in realtà l’abbiamo già quotidianamente quando vediamo un film girato da più di una cinquantina d’anni (spesso molto meno). A volte mi prende una perversa curiosità. Vedendo un vecchio film mi attacco a internet e cerco se c’è ancora qualcuno di questi in vita. Peggio ancora scorro wikipedia per sapere di cosa è morto. E penso: io come la farò finita? In che categoria mi piazzerò? Malattia, suicidio, incidente, noia? Sul quando non ci ragiono più di tanto. C’è già un’app che te lo dice. C’è un’app per tutto.
Sul come la questione si fa più interessante e non per niente il mio canale del digitale terrestre preferito “DMAX” ha un paio di programmi intrisi del tipico humor nero anglosassone che ti elencano, con ricostruzione dettagliata, centinaia di modi più o meno divertenti per andarsene.
Poi c’è questo fatto dei social e dei giornali online che hanno portato il necrologio contemporaneamente più globale e più intimo. Così vieni a sapere della morte di un sacco di gente che non conosci direttamente, ma che un tuo amico, magari di terzo o quarto grado conosceva. E magari il tizio aveva una pagina facebook, un blog, un sito che immediatamente diventa un sepolcro 2.0. Cosa che avrebbe procurato notevole materia da letteratura al Foscolo. E qui si torna alla fotografia di massa perché, con altra geniale constatazione, non vi è mistero che io e i miei 300 e rotti amici di facebook diventeremo chi prima e chi poi solo un’immobile distesa di bit.
Aperta parentesi. Il fatto, al momento non smentito, che alcun defunto sia in grado di far uso di internet non depone a favore di un aldilà o per lo meno della qualità delle connessioni nell’altro mondo. Chiusa parentesi.
Inutile negare che tutta questa informazione sul fatto che prima o poi si muore, questo continuo ricordarmi la precarietà dell’essere, sia fonte di inquietudine. Perché è logico allontanare dal quotidiano l’idea del finire, altrimenti nessuno di noi farebbe più nulla e staremmo a filosofeggiare sul senso della vita vestendo tuniche greche. Un po’ il mio mondo ideale. Il problema è che con l’informazione che ti segue anche al cesso è come se ti venissero ad affiggere un manifesto funerario, tipo di quelli che trovi nei piccoli paesi bianchi e neri con la croce, in camera da letto.
Il dibattito sulla morte per quanto fondamentale ha lo stesso sbocco dei dibattiti sul calcio, ossia nessuno. Per questo vanno avanti e per sempre andranno avanti almeno finché qualcuno non sia in grado di postare un video dall’aldilà o finché non metteranno la moviola in campo.
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La tela.

E’ quando fai fatica a trattenere le lacrime durante “Spiderman 2 – il potere di electro” che ti rendi conto di quanto il diventare padre abbia l’impatto di un meteorite emotivo delle dimensione del Texas. Che poi il rapporto padre figlio finché sei figlio è un conto e quando diventi padre è tutto un altro conto. Non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato e nemmeno lo stesso sport, come direbbe Jules. Cominci a vedere le cose da quella prospettiva per cui ogni cosa ti parla di questa novità. E’ probabilmente un inganno mentale creato dal cervello per far tornare i conti di una realtà che spesso mi sfugge.
Così tutto Spiderman mi è sembrato un interessante compendio delle varie sfumature che questo rapporto nel bene e nel male comporta. Che a volte i padri è meglio averli (Parker, Stacy), ma a volte è meglio non averli (Osborne), ma sicuramente i figli è sempre meglio averli avuti almeno per un secondo e quella sequenza – Spoiler alert – molto paracula in cui il piccolo vestito da spiderman si pone di fronte al carroarmatorinoceronte come il cinese di Tienanmen ti pone di fronte a questa unica verità: la vita di quel figlio è molto più importante della tua e se fosse necessario sacrificheresti la tua 100 volte per la sua. In questo Spiderman è un figlio che diventa padre di un’intera città e ogni padre diventa Spiderman.

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