Più oculisti, meno analisti.

Flashback n. 1.
Era novembre dello scorso orribile anno e dentro un bar con un paio di amici sostenevo la seguente tesi: fare le primarie è stata una cazzata di Bersani. Se vince Renzi si snatura il partito, con alto rischio di scissione e frantumazione alle elezioni (col senno di oggi potremmo avere Ingroia-Sel insieme in Parlamento con più del 4% grazie a Renzi candidato premier). Se vince Bersani  daremo comunque l’idea di un partito che candida il vecchio e che non si rinnova. Proponevo a Bersani di lasciare spazio a un nuovo tipo Zingaretti o giù di lì e fine della menata delle primarie.
Risposta: mavalà. Le primarie sono un ottimo sistema di propaganda. Fanno parlare di noi. Ci danno la spinta…

Flashback n. 2.
Circa 15 giorni fa, quando si ragionava ancora su sondaggi rivelatisi poi farlocchi si parlava di un Monti e un Peppe intorno al 15% ciascuno. Anzi in alcuni sondaggi Monti era sopra Peppe di qualche punto. Così per divertirmi provavo a fare degli scenari al Senato ipotizzando che non ce l’avremmo fatta ad avere lì la maggioranza. Pensavo, così per ridere, che sarebbe stato bello se Bersani avesse spiazzato tutti unendosi a Grillo invece che a Monti con tanti saluti a Casini e soci…

L’oculista.

Vorrei evitare lo stillicidio di esempi di errori che il PD ha fatto e che abbiamo per anni avallato nel nome del “siamo comunque la migliore offerta politica sul mercato”. Sicuramente molti di questi errori hanno contribuito a perdere i 3 milioni e mezzo di voti rispetto al 2008, ma mi interessa di più cercare di ricordare l’ultimo mese di campagna elettorale perché credo che la partita si sia giocata soprattutto lì ed è stata una partita giocata sulle immagini. Quelle prodotte, evocate e proiettate. Quindi qualcosa che ha a che fare con me.

Un po’ di cose mi hanno colpito nella campagna elettorale di Peppe.
Il popolo nelle piazze. Non sono mai stato a un suo comizio, ma le immagini trasmesse dalla tv sicuramente riportavano un dato numerico importante. Soprattutto era ciò che non c’era a colpirmi. Non c’erano, ad esempio, le bandiere. Molto poche, quasi nessuna a Roma e a Milano. Di solito i comizi sono sempre un tripudio di bandiere. Qui solo gente. Anzi laggente. Può voler dire che non avevano i soldi per le bandiere, ma può voler dire che il pubblico a cui si rivolgeva Peppe non era ancora bandierizzato. Quindi ancora un campo nuovo tutto da arare, tutto da convincere. I ritrovi di piazza sono normalmente ad uso dei già convinti dei già sostenitori. Servono soprattutto per le tv e per galvanizzare i propri. Quasi mai servono a fare nuovi proseliti. Da Peppe (ristorante sempre pieno) invece, sicuramente complice la novità, i raduni sono serviti a conquistare fette di elettorato nuovo e disarmato di ogni gadget. Potremmo dire un giorno, nel momento in cui vedessimo un raduno di Peppe superbandierizzato, che la crescita del suo movimento è già arrivata all’apice.

Anche le immagini evocate nei comizi sono state diverse. Se nel PD ha prevalso la metafora (dai felini albini in giù) e la rassicurazione quasi narcotica (tipico da: abbiamo ottimi sondaggi non facciamo danni), nei comizi di Peppe ha prevalso la narrativa. Divisa in due parti: una con toni negativi che parlava dello stato della società italiana. Al netto delle invettive contro questo e quello, raccontava un’Italia di aziende che chiudono, di strade deserte, di trasformazioni drammatiche che mettono paura. Da uomo di spettacolo ha utilizzato efficaci esempi facilmente visualizzabili. Tipo quando ha parlato di un cinese che lo ha abbracciato. Ha detto solo: ho incontrato un cinese che mi ha abbracciato. Pausa. Risatina.
Tutti hanno visto il cinese che lo abbracciava nella mente. Anche io. L’immagine era potentemente ovvia. Anche i cinesi che oggi consideriamo (a torto) ricchi, in Italia sono alle pezze. Risata amara generale. La narrativa però si chiudeva sempre con la promessa di tempi migliori attraverso questo o quel provvedimento etc. etc. 
Lasciamo per un attimo perdere il contenuto e la fattibilità delle proposte (l’altro comico Silvio aveva promesso 500 e io prometto 1000). E’ stato tutto un lavoro sulla vista, mentre il PD ha lavorato solo un po’ sull’udito. Al ristorante da Peppe, si è cucinato anche un bel po’ d’odio per la famosa Kasta. L’odio inteso come vendetta, la vendetta dei giustizieri che vi fanno arrendere con le mani in alto. Altra immagine forte.

Nel PD è mancata la narrazione del presente (per non turbarci forse?) e una promessa per il futuro (per non illuderci forse?). Totale: nessuna immagine a cui aggrapparsi se non quella ormai fastidiosa di D’Alema che dalla Gruber sparava le sue perle. Il problema di D’Alema, ad esempio, non è quello che dice. A volte dice anche delle cose ragionevoli se trovi la forza per ascoltarlo. Il problema è la faccia, è l’immagine da insopportabile sbruffone che in buona parte ha fregato anche Renzi che non è riuscito nemmeno a convincere i suoi, cioè me, per esempio. C’è molto da lavorare sulle immagini qui dalle nostre parti. Sia quelle evocate che quelle proiettate.

Ora arriva il turno dell’analista. Anche lui avrebbe bisogno dell’oculista perché ci ha preso poco. Ma più di lui l’impietoso cameraman.

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